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Yemen, dai porti i soldi per i salari pubblici

Genova - Tasse e dazi doganali copriranno gli stipendi dei lavoratori dello Stato. Ma c’è tensione nel Paese.

Genova - Continua, seppure con grande fatica, l’azione del governo yemenita per il reperimento di fondi da destinare al pagamento dei salari dei dipendenti pubblici. 43 milioni di dollari in quattro mesi: sarebbe questo l’ammontare dei profitti accantonati dei porti dello Yemen dopo l’entrata in vigore della decisione governativa numero 49, secondo quanto dichiarato dalla Economic Committee del governo yemenita. La decisione dell’esecutivo prevede che gli introiti provenienti dalle tasse e dai dazi doganali relativi alle spedizioni e alle consegne petrolifere vengano utilizzati per il pagamento dei salari dei lavoratori. Il provvedimento è stato fortemente discusso scontrandosi con l’intransigenza degli Huthi prima di essere ratificato.

Gli Huthi, gruppo armato dello Yemen prevalentemente sciita, hanno una posizione fortemente antigovernativa. In una nota ufficiale il governo ha spiegato che, da quando la decisione dell’esecutivo è entrata in vigore, la cifra totale dei proventi dei porti yemeniti si aggira intorno ai 3 milioni di dollari. Di questi, circa 15 milioni di dollari sono stati accantonati in un conto speciale della Banca centrale di Hodeidah, in base ad una precedente iniziativa supervisionata dalle Nazioni Unite. A giugno il governo ha deciso di accantonare una parte delle tasse, dei dazi doganali e di altri proventi derivati dalle transazioni di prodotti petroliferi per rimpolpare il budget statale destinato al pagamento degli stipendi degli impiegati. Nonostante le facilitazioni previste dall’esecutivo per le petroliere che facevano ingresso nel porto di Hodeidah, gestito e controllato dalle milizie Huthi, il gruppo ha rallentato le operazioni nel porto. In una precedente dichiarazione la Commissione aveva incolpato le milizie pro-iraniane di aver provocato la sospensione delle consegne di carburante alle navi al largo del porto di Hodeidah, ritardando le procedure di ingresso nello scalo e quelle relative allo scarico delle merci.

Nella stessa comunicazione le milizie Huthi venivano accusate anche di essere responsabili dello stop di otto petroliere, sempre presso lo stesso porto, impedendo loro di firmare i documenti e le richieste per le autorizzazioni governative, previste dagli uffici tecnici della commissione economica. Gli stessi gruppi venivano imputati anche di utilizzare il terrorismo, la minaccia della prigione, della confisca dei fondi e della cessazione dell’attività commerciale nei confronti di coloro che rispettavano le decisioni governative. Ma non solo, la commissione esplicitava anche come le milizie sostenessero apertamente e pesantemente il mercato nero da loro stesse gestito per finanziare le proprie attività a discapito dei cittadini yemeniti. «L’azione degli Huthi – conclude la Economic Committee nella sua nota ufficiale – mira a evadere l’applicazione dei controlli bancari messa in atto dal governo proprio con il preciso proposito di combattere il riciclaggio del denaro sporco e il finanziamento del terrorismo, mantenendo la necessaria stabilità della moneta. Tale azione si trasforma evidentemente in un’attività di ostruzionismo nei confronti sia del governo sia delle Nazioni Unite, che perseguono invece l’obiettivo di riuscire a pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici, che vedono trattenuti i loro salari da troppo tempo».

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