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Masucci: «Non c’è solo la Cina, l’Italia pensi anche ai traffici con Usa e Africa»

Genova - Nella sua XVI Convention nazionale, che si è svolta recentemente a Genova, International Propeller Clubs si è interrogato sulle nuove rotte che contraddistingueranno il futuro dello shipping.

Genova - Nella sua XVI Convention nazionale, che si è svolta recentemente a Genova, International Propeller Clubs si è interrogato sulle nuove rotte che contraddistingueranno il futuro dello shipping, da quelle fisiche, polari, che promettono di ridurre i transit time fra Europa e Far East, a quelle tecnologiche e politiche. Il rapporto con i mercati dell’Estremo Oriente asiatico rappresentano per Italia e Europa una sfida che non è soltanto commerciale. Umberto Masucci, presidente nazionale di The International Propeller Clubs con lunga esperienza nel mondo portuale e dello shipping italiano, invita il Paese e chi lo rappresenta a muoversi con attenzione e realismo di fronte agli aspetti anche geopolitici che il rafforzarsi dei legami commerciali si porta dietro, senza sprovvedutezza, ma anche senza chiudersi alle opportunità di crescita.

Che cosa ha rappresentato negli ultimi anni il Far East per lo shipping italiano?
«Nei miei 40 anni di shipping - risponde Masucci - ho assistito a una rivoluzione geografica dei traffici marittimi: negli anni 70 e 80 esistevano quasi solo le Americhe e i traffici con l’Estremo Oriente rappresentavano una parte veramente minoritaria delle rotte marittime. A partire dalla metà degli anni 90 i nostri porti hanno potuto contare sul progressivo boom dell’economia cinese, esplosa poi verso la metà del decennio successivo. Ricordo la congestione nei porti italiani e il ministro Tremonti che usava il paradosso della chiusura dei porti per bloccare l’import cinese».

Quali sono le prospettive per lo sviluppo in Italia della Nuova via della seta (Bri)?
«Le prospettive credo siano buone. Fino ad un paio di anni fa si parlava solo del porto di proprietà cinese del Pireo e in parte di Malta, ora gli investimenti cinesi a Vado, ma anche gli accordi governativi che vedono una strategia sulle due ali occidentali e orientali d’Italia, lasciano ben sperare per il futuro. Dobbiamo però sempre considerare che l’Italia è una lunga penisola e che anche i porti del Mezzogiorno potranno svolgere un loro ruolo. Ultimamente poi, soprattutto dai porti italiani, ho sentito levarsi più voci contro il gigantismo navale che crea economie a mare, ma diseconomie e problemi a terra».

Pensa che la Bri, o nuova Via della Seta, possa essere più un rischio o un’opportunità? Come deve comportarsi l’Italia?
«Due anni fa come Propeller siamo stati in missione a Hong Kong, abbiamo incontrato il ministro dei Trasporti cinese e il sottosegretario alla Bri. Ci è stato subito chiaro che la Belt and road, oltre che una rotta commerciale, costituisce anche un chiaro approccio di dominazione dei traffici, la definirei un piano Marshall della logistica che avrà effetti non soltanto positivi. Penso che come Italia dobbiamo continuare a guardare anche a Occidente (l’America per l’export, nonostante la guerra dei dazi, costituisce sempre un mercato molto importante) e anche al Sud, nel Mediterraneo, monitorando gli incredibili sviluppi demografici africani non solo come un problema, ma anche come una opportunità».

Nel 2019, l’Unione europea ha stretto accordi commerciali e infrastrutturali con il Giappone: questo paese può essere un contrappeso al crescente ruolo della Cina?
«Credo che il Giappone potrà aiutare un po’ sull’export italiano, ma sull’import continuerà a dominare la Cina».

Quali sono gli altri mercati del Far East a cui può guardare l’Italia?
«Vedo il Vietnam in forte crescita e anche il Myanmar, il Bangladesh in continuo sviluppo sui tessili. Ma questi paesi costituiranno credo comunque sempre un contorno all’economia dominante della Cina».

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