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Assoporti, lo strappo genovese e l’asse con la Sicilia / IL CASO

Genova - Dopo l’ultimatum di Taranto e le ire di Venezia, è arrivato il siluro di Genova. Assoporti è nel mirino e Paolo Signorini, alla guida dell’Authority del capoluogo ligure e dello scalo di Savona, pronuncia una bocciatura evidente dell’associazione.

Genova - Sta davvero «venendo giù tutto», come pronosticava un vecchio esperto di politica portuale pochi giorni fa. Dopo l’ultimatum di Taranto e le ire di Venezia, è arrivato il siluro di Genova. Assoporti è nel mirino e Paolo Signorini, alla guida dell’Authority del capoluogo ligure e dello scalo di Savona, pronuncia una bocciatura evidente dell’associazione. E anticipa una probabile uscita del primo sistema portuale del Paese. Signorini si lascia ancora un margine di manovra e ieri ha spiegato di non voler «entrare ora nella questione se lasciare o no l’associazione. Si tratta di una decisione che prenderò dopo avere parlato con il ministro Toninelli e il presidente della Regione Giovanni Toti. Sento però il bisogno di un organismo nuovo». Il numero uno del porto vuole, ragionevolmente, una copertura politica allo strappo, ma è probabile che l’abbia già ottenuta nella sostanza, vista l’uscita di ieri e l’anticipazione di un’agenda che sta mettendo in agitazione il mondo portuale italiano. Il numero uno dei Genova, quando parla di un organismo nuovo, intende «la nascita di una nuova realtà che ha l’obiettivo di riunire al proprio interno tutte le Authority nazionali» spiega una fonte. E Signorini ha poi approfondito: «Sento la necessità di creare un nuovo organismo, con altri presupporti e un’altra mission, sicuramente che faccia le cose in modo diverso da Assoporti».

La critica al sistema
Il cambio di passo non è avvenuto. Ed è il ritornello che tutti i critici di Assoporti rivolgono all’associazione. Lo ha fatto persino Sergio Prete, presidente di Taranto che per ora sembra la “colomba dei falchi” per aver lanciato “solo” un ultimatum che scadrà a settembre. Pino Musolino, a capo del porto di Venezia, ha giudicato inadeguate le risposte fornite sino ad ora dall’associazione. E ora Signorini spiega quello che non va: «In questi due anni e mezzo passati dall’avvio della riforma portuale, Assoporti non ha sentito i cambiamenti e non si è evoluta come altri soggetti invece avrebbero voluto». Non solo: «La riforma è stata un primo passo, ma occorrerà apportare ulteriori cambiamenti».

L’asse con la Sicilia
C’è un filo che lega Genova e Venezia, pronte ad uscire da Assoporti, con i gli scali ribelli siciliani. In fondo Pasqualino Monti e Andrea Annunziata, rispettivamente alla guida dei porti di Palermo e Catania, hanno percorso per primi la via della scissione. I rapporti tra i quattro presidenti sono «ottimi, pur provenendo da esperienze politiche diverse». Non è difficile pensare che un dialogo fitto ci sia stato sull’asse Nord-Sud. Certo se si dovesse andare verso un’associazione alternativa ad Assoporti, il nodo della presidenza potrebbe interrompere il momentaneo idillio dei “ribelli”. Tutti vantano legittime pretese al nuovo trono: Monti (Palermo) per caratura politica, Signorini (Genova) per peso economico e commerciale, Musolino (Venezia) per lignaggio, Annunziata (Catania) per esperienza. C’è poi un altro problema: la legge chiama in causa Assoporti come soggetto a cui riferirsi su molte tematiche, soprattutto sui contratti di lavoro. È la certificazione di una rappresentatività che un altro soggetto potrebbe non ottenere. Per questo alla fine l’uscita dal portone potrebbe trasformarsi nell’ingresso dalla finestra: il peso dei quattro porti ribelli è superiore a quello degli scali fedeli a Daniele Rossi. Un colpo di Stato, insomma. Ma la rivoluzione non è mai un pranzo di gala. —

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