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Agostinelli: «Nei nostri porti uno più uno ha fatto tre» / INTERVISTA

Il direttore generale di Scafi, il gruppo armatoriale che controlla la Rimorchiatori Riuniti Spezzini, promuove il matrimonio tra La Spezia e Marina di Carrara.

COME valuta la performance dei porti della Spezia e Marina di Carrara nei primi sei mesi dell’anno? «Siamo sempre positivi e abituati a vedere il bicchiere almeno mezzo pieno - risponde Gianluca Agostinelli, direttore generale di Scafi, il gruppo armatoriale che controlla la Rimorchiatori Riuniti Spezzini -. Alla Spezia tutti i settori si mantengono costanti, in particolare il terminal Snam di Panigaglia ha registrato una crescita consistente di attività, oltre al business delle crociere per il quale in due anni avremo un vero boom. Carrara ha trovato e sviluppato la sua vocazione di porto per le merci varie, per gli imbarchi speciali e il fermento in banchina con l’entrata di un fondo tra gli operatori del porto lo dimostrano. Precisiamo che noi operiamo alla Spezia e non a Carrara, anche se siamo naturalmente felici che anche questo porto cresca».

La politica di accorpamento sta funzionando?

«L’Autorità di sistema portuale, ma anche i due cluster marittimi hanno da subito colto le opportunità che derivavano da questo accorpamento, e da una visione di sistema dei due porti. Mi sembra di poter dire che le due comunità sono diventate una, ma forse meglio dire che uno più uno ha fatto tre, visto che quando si mettono insieme le competenze, le professionalità e le caratteristiche specifiche dei vari operatori si ottiene un risultato molto migliore di quello delle singole realtà. La Spezia e Marina di Carrara lo dimostrano e i risultati si vedranno anche in futuro. Un plauso anche all’ Authority che sta dedicando “anima e core” a entrambe, implementando le migliori pratiche locali in tutto il nuovo sistema».

Quali sono a suo giudizio i punti di forza e debolezza di questi scali?

«Il primo punto di forza è la comunità locale che ha sempre dimostrato non solo di lavorare duro, ma anche di coniugare innovazione, visione e senso pratico. Quello che si riesce a fare alla Spezia e a Carrara è fantastico, e le strutture sono sempre utilizzate al 110% della loro potenzialità. Sono i risultati, l’efficienza dei due porti e le prospettive che lo dicono, parlano i fatti. Un altro punto di forza deriva dall’aver già definita una strategia di sviluppo per i prossimi anni, dove l’utilizzo degli spazi, lo sviluppo delle infrastrutture, l’utilizzo della tecnologia e la digitalizzazione saranno i fattori chiave. La Spezia ha già tracciato il suo futuro con i due terminal container e i loro progetti di sviluppo, l’unico terminal Gnl a terra in Italia, il nuovo terminal crociere e la cantieristica in continuo fermento (non voglio dimenticare il nostro Arsenale), ma anche un retroporto come Santo Stefano, e fasci di binari da 750 metri. Le ciliegine sulla torta? La Pontremolese, un’opera essenziale visto che il nostro porto è quello che già supera il 30% delle merci a ferrovia ed è già quello più connesso con l’Europa - non è un caso che molte compagnie di navigazione lo scalano come primo porto in entrata in arrivo dall’Estremo Oriente - e una Contship che dopo un periodo di cambiamenti trovi una dirigenza che si appassioni al nostro porto, che lo viva 24 ore al giorno e che rimanga stabile per almeno cinque anni. Per Carrara si aprono anni di soddisfazione, tre operatori diversi, complementari ma anche in competizione tra di loro, insieme agli spazi retrostanti e a Santo Stefano Magra garantiscono a questo porto un futuro nelle merci varie ricco di soddisfazioni, ma anche di imbarchi di special project che sono da tempo un fiore all’occhiello italiano».

Con l’ingresso di Imo 2020 a pochi mesi si pone sempre più stringente l’esigenza di una fornitura di carburanti alternativi. La Spezia potrebbe essere una buon hub per il Gnl?

«Certo che lo potrebbe, ne ha tutte le caratteristiche e anche l’operatore che lo vuole essere, ben supportato dalla comunità locale; ma qui attenderei prima di capire se l’Italia farà un piano di sviluppo del Gnl che riguardi tutti i nostri porti, altrimenti rischiamo o di avere investimenti duplicati in alcuni porti che non utilizzeremo a sufficienza o in alternativa nessuno che si deciderà a fare quegli investimenti che in questo settore ancora da sviluppare sono ingenti e rischiosi».

Quali sono, anche alla luce della sua esperienza, i traffici che potenzialmente potrebbero crescere di più nei due porti?

«Io credo che i porti italiani e quelli del Tirreno in particolare, se si presentano come un sistema, si toglieranno grosse soddisfazioni. Abbiamo però bisogno di una cabina di regia politica nazionale che definisca la strategia portuale italiana. Noi non operiamo solo in questo Paese, e in altri PPaesi esiste una programmazione a 25-30 anni, dove sono definiti per i vari porti vocazione, caratteristiche e piani di sviluppo, facendo scelte a volte coraggiose, a volte difficili che non accontentano tutti, ma che sono l’unica maniera di dare il vero impulso alla portualità italiana tutta, che se lo merita e ha tutte le caratteristiche per riuscirci».

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