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Portuali: una legge, tanti modi per attuarla / FOCUS

Solo i portuali genovesi possono chiamarsi camalli, ma per la norma ci sono colleghi che sono inquadrati nello stesso articolo, il 17, della legge di riforma portuale. Garantiscono cioè il lavoro flessibile nei terminal, in aggiunta i dipendenti diretti degli operatori

AL DI LÀ DEL CASO GENOVA
Solo i portuali genovesi possono chiamarsi camalli, ma per la norma ci sono colleghi che sono inquadrati nello stesso articolo, il 17, della legge di riforma portuale. Garantiscono cioè il lavoro flessibile nei terminal, in aggiunta i dipendenti diretti degli operatori. Napoli, Civitavecchia, Ravenna, Venezia, Bari e Savona hanno la stessa organizzazione. E la crisi, anche se per motivi differenti e con numeri minori rispetto a Genova, è presente anche in quegli scali. A Napoli, ad esempio, ci sono tensioni per l’autoproduzione e il modello è messo in discussione da Authority e terminalisti. A Civitavecchia il problema è di natura finanziaria, legato al calo dei traffici. Savona e Genova, infine, pensavano a sinergie, mai attuate. L’articolo 17 è in difficoltà.

INTERINALI DELLE AGENZIE
Quattro porti hanno scelto la via delle agenzie del lavoro: Livorno, Piombino e Ancona sono stati i primi. Trieste ha creato il nuovo modello solo tre anni fa. E con successo: l’Authority ha rimesso ordine e ha annunciato anche nuove assunzioni. Le agenzie prevedono una partecipazione delle Autorità portuali insieme ai privati per la gestione del lavoro flessibile in banchina.

I CASI ECCEZIONALI
A Taranto e Gioia Tauro c’è un regime speciale: i due porti hanno dovuto superare una grave crisi e una recente legge della precedente legislatura, ha consentito la nascita di un’agenzia finanziata da soldi pubblici che salvasse i 900 portuali dei due scali. Il modello è stato creato per superare la crisi del transhipment.

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