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Russo: «Fedespedi, Moretto non dimenticherà i porti» / INTERVISTA

Genova - Ivano Russo, direttore di Confetra e già uomo forte al ministero dei Trasporti sotto il mandato di Graziano Delrio, saluta con favore la convergenza degli spedizionieri di Piemonte e città portuali su un’unica candidata.

Genova - «Meglio la fatica della democrazia, che il monolitismo delle associazioni padronali. Nei grandi consessi è normale ci siano più posizioni e scontri. L’importante è arrivare alla soluzione condivisa: credo che la componente “milanese” della Fedespedi abbia fatto un gran lavoro, mettendo insieme i pezzi e creando consenso intorno alla candidatura a presidente di Silvia Moretto». Ivano Russo, direttore di Confetra e già uomo forte al ministero dei Trasporti sotto il mandato di Graziano Delrio, saluta con favore la convergenza degli spedizionieri di Piemonte e città portuali su un’unica candidata per la presidenza di Fedespedi, federazione italiana delle imprese di spedizione, motore della logistica nazionale chiamata domani a esprimere il suo nuovo numero uno dopo Roberto Alberti.

Però si dice che lei si era mosso per mandare avanti il doganalista Domenico De Crescenzo, per avvicinare di più Fedespedi a Confetra...
«Nelle scorse settimane non mi sono impicciato di Fedespedi per chissà quale disegno oscuro, ma perché gli statuti nostro e di Fedespedi sono intrecciati: le associazioni territoriali degli spedizionieri, tipo Spediporto a Genova, aderiscono direttamente a Confetra. I loro vertici quindi partecipano e votano alla nostra assemblea e negli organismi confederali. Le imprese associate nelle territoriali, votano presidente e direttivo di Fedespedi».

Quindi?
«La ratio è: le imprese sono protagoniste delle scelte nella federazione tecnica di settore, Fedespedi. Le associazioni fanno invece politica in ambito Confetra. È chiaro che con questo intreccio bisogna condividere strategie e visione, se non si vuole alimentare una certa schizofrenia del sistema associativo nel nostro settore, peraltro evidenziata ancora qualche giorno fa dal vice-ministro dei Trasporti, Edoardo Rixi».

Ora però Fedespedi andrà in mano alla componente di terra. Ai porti chi ci penserà?
«Negli ultimi 10 anni i presidenti della Fedespedi, con i successivi mandati di Lazzeri e Alberti, è stata guidata da rappresentanti delle associazioni di città portuali, Genova e Livorno. Non va dimenticato che l’Alsea, l’associazione degli spedizionieri lombardi di cui tra l’altro Moretto non è espressione, rappresenta il 40% degli iscritti a Fedespedi, che con generosità si sono sempre espressi a favore di candidature unitarie. Motivo? Con 57 porti e il 67% della merce italiana che da questi entra o esce, l’importanza degli spedizionieri portuali è data come acquisita. Per questo credo non ci siano problemi se arriva un presidente espressione di altri territori o realtà imprenditoriali. Altrimenti scadiamo in una visione caricaturale… per fare il ministro del Welfare mica devi essere per forza nullatenente».

Moretto è un’imprenditrice del Nord-Est. Un vantaggio per porti di Venezia e Trieste?
«Mai sentito di timori di questo genere. Lei continua a farne quasi una questione di tipo etnico. Non ha senso: la Fedespedi ha votato le proprie delibere fino all’ultimo consiglio all’unanimità. Perché appunto è un’associazione di tipo tecnico. Indipendentemente che siano portuali o di terra, gli spedizionieri combattono su fronti comuni: oligopoli nel settore logistico, varo dello Sportello unico, rafforzamento degli uffici Usmaf, proposta sulla Bassanini delle merci... Credo che questi siano temi più importanti rispetto alla provenienza geografica del futuro presidente. L’agenda è impegnativa, e se oggi possiamo iniziare un percorso nuovo e unitario, lo dobbiamo anche a quanti con lungimiranza politica e responsabilità hanno evitato di arroccarsi su posizioni minoritarie».

Sicuro che non ci saranno sorprese all’ultimo minuto?
«Non si preoccupi: tra due mesi scadrà il mandato del nostro presidente, Nereo Marcucci, che dovrà essere scelto tra 21 federazioni nazionali e oltre 60 territoriali. Si ripeteranno le stesse dinamiche: è normale nelle grandi associazioni. Confindustria non va mai unita al rinnovo del presidente. Non è più di moda, ma noi siamo così: una grande organizzazione plurale e democratica».

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