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Rixi: «Assoporti deve rappresentare tutto il Paese» / INTERVISTA

Genova - La riforma della riforma è in cantiere da tempo. Per ora solo a livello accademico, ma da ieri è partita. Lo spiega il viceministro ai porti Edoardo Rixi.

Genova - La riforma della riforma è in cantiere da tempo. Per ora solo a livello accademico, ma da ieri è partita. Lo spiega il viceministro ligure ai porti Edoardo Rixi che al Secolo XIX/TheMediTelegraph, anticipa i cardini del provvedimento che il governo ha in mente. E tira una stoccata ai presidenti dei porti italiani. L’Europa vi ha dato una mano questa volta... «Chiariamo: io non accetto questa decisione della Commissione. Perché i porti italiani e spagnoli nei prossimi anni avranno una crescente rilevanza a livello strategico. Sostenere però che se i due Paesi, investendo nei loro porti, infrangono le regole sugli aiuti di Stato, è un freno inutile allo sviluppo. Adesso dobbiamo risolvere questo punto e contrattare gli investimenti con Bruxelles. È anche vero che la difesa che abbiamo impostato dicendo “siamo enti pubblici” alla fine non ha funzionato».

Quindi come agirete?
«Nell’ottica di un miglioramento complessivo dei porti, ma soprattutto con la ferma intenzione di non cedere all’Europa la nostra libertà di azione in materia di porti. Il traffico nei prossimi anni raddoppierà nella penisola e noi abbiamo la necessità forte di far viaggiare a pieno regime le Autorità portuali».

Le trasformerete in Società per azioni?
«È una delle ipotesi, ma non so se sarà questa la decisione finale. La prossima settimana incontrerò i presidenti dei porti, li abbiamo convocati tutti. Come peraltro si evince dalla lettera, anche i presidenti delle Autorità portuali dovrebbero impegnarsi di più a elaborare i documenti per risolvere questo tipo di problemi e agitarsi di meno sul fronte dell’immigrazione che non mi pare sia materia di loro competenza».

Li convocate per punirli?
«Perchè voglio che ci sia unità di intenti. Anche su Assoporti...questa storia della corsa per diventare presidente sembra diventata un’elezione politica. E non va bene. Dobbiamo parlarne con franchezza e sincerità, guardandoci negli occhi: a me serve soprattutto che i presidenti capiscano che i porti sono al servizio del Paese, non sono una roba loro».

C’è feeling con qualcuno?
«Stiamo lavorando molto bene, ad esempio, con Trieste, dove stiamo facendo grandi cose. Ma anche altri porti. Però dobbiamo risolvere anche tanti problemi...».

Ad esempio?
«Ad esempio per me sarebbe ideale avere una associazione dei porti rappresentativa dell’intero sistema portuale, con tutti dentro. Altrimenti per me non è rappresentativa».

Si riferisce ai porti siciliani che hanno lasciato Assoporti?
«La Sicilia è Italia: non può restare fuori. E oggettivamente in questa occasione sono stati più lungimiranti i presidenti delle Authority siciliane degli gli altri che hanno parlato. Forse perchè loro sul serio devono fronteggiare l’immigrazione, non come chi sta dal’altra parte del mondo e si lascia andare a dichiarazioni...».

Cosa avete in mente?
«Stiamo lavorando e aspettavamo questa lettera per partire. L’Europa dice che porti italiani non possono essere enti non economici e quindi o li trasformiamo in un ente pubblico economico o in Spa pubblica. Bisogna trovare una forma che ingessi meno e consenta maggiore spazio di azione».

Da dove comincerete?
«Dalla governance: è da rivedere rapidamente. Anche sulle nomine: la legge Delrio sul tema dell’incompatibilità è sbagliata e ci sono dei buchi: chi è stato nel cda di una Università, che è un ente pubblico non economico e senza scopo di lucro, magari 15 anni, oggi non può sedere nel board di un porto. È follia».

C’è una manina dei porti del Nord Europa in questa decisione di Bruxelles?
«Non solo: c’è un po’ di Nord, un po’ di Francia, un po’ dei piccoli... si stanno spaventando perché nell’ultimo anno stiamo crescendo più noi di loro».

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