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«Confiscare navi? Possibile solo in presenza di attività illegali» / IL CASO

Roma - La nave della ong Lifeline può essere confiscata da uno Stato straniero solo «se commette attività illegali, come il traffico illecito di migranti, oppure se dovesse trattarsi di una nave fantasma».

Roma - La nave della ong Lifeline può essere confiscata da uno Stato straniero solo «se commette attività illegali, come il traffico illecito di migranti, oppure se dovesse trattarsi di una nave fantasma». La nave - invece - risponderebbe della violazione delle norme di sicurezza, come il sovraffollamento dell’imbarcazione, solo al governo dell’Olanda, di cui batte bandiera. È quanto spiega Roberto Virzo, docente di Diritto internazionale all’Università del Sannio e di Organizzazione internazionale alla Luiss di Roma.
Virzo chiarisce una serie di aspetti su cui si concentra la questione della Mission Lifeline, che ha a bordo oltre 200 migranti provenienti dalla Libia e potrebbe raggiungere a breve acque italiane. In base alle norme che riguardano i trattati per i diritti umani bisogna innanzitutto chiarire se si tratta di rifugiati o di “migranti economici”. Solo in questo secondo caso, che qui sembra improbabile, può essere rifiutata la protezione internazionale o addirittura configurarsi un traffico illecito di essere umani. Dunque, qualsiasi Stato «non può respingere la nave fino a quando non ha fatto le opportune verifiche per ogni individuo». Non solo: è anche una «questione di sicurezza della navigazione, non solo di diritti umani».

Ricordando che la Lifeline ha a bordo oltre 200 persone pur potendone caricare solo 50, Virzo spiega che «se la nave lo richiede, dev’essere prestato soccorso» e portata in un porto sicuro, altrimenti può proseguire. Essendo sotto la giurisdizione olandese, «la nave risponderebbe poi della violazione delle norme della sicurezza al governo olandese e non a quello che la ospita». Anche l’eventuale ipotesi che le stesse motovedette italiane possano intervenire per riportare i passeggeri in Libia, evitando l’approdo in un porto, per Virzo è molto improbabile: «Già nel 2012 - spiega - l’Italia fu condannata dalla Corte di Strasburgo per un episodio di questo tipo avvenuto del 2009, quando l’Italia aveva riportato indietro i migranti provenienti dalla Libia. Nel momento in cui le persone salgono su un mezzo italiano sono sotto la giurisdizione dell’Italia e vanno portate in un porto del nostro Paese o comunque considerato sicuro. Al contrario, una cosa del genere potrebbe avvenire solo se si ha la certezza - dopo un’eventuale identificazione sulla motovedetta - che quelle persone non richiedono protezione internazionale».

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