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Tasse, la rivolta delle banchine

Genova - C’è un che di sospetto, secondo Zeno D’Agostino, nel tempismo con cui la Dg Competition (la direzione della Commissione europea che si occupa della concorrenza ) ha minacciato di avviare la procedura d’infrazione contro i porti italiani, anticipata ieri dal Secolo XIX-the MediTelegraph

Genova - C’è un che di sospetto, secondo Zeno D’Agostino, nel tempismo con cui la Dg Competition (la direzione della Commissione europea che si occupa della concorrenza ) ha minacciato di avviare la procedura d’infrazione contro i porti italiani, anticipata ieri dal Secolo XIX: «Proprio ora che siamo senza un governo. Proprio non potevano aspettare?» si chiede il presidente di Assoporti, l’associazione tra gli enti che governano le banchine italiane.

In una lettera inviata alla rappresentanza del governo, i tecnici di Bruxelles accusano i porti italiani di non avere mai pagato tasse allo Stato su concessioni e autorizzazioni, facendo così concorrenza sleale alle altre banchine europee. La lettera (chiarimenti attesi entro un mese) arriva in un momento di massima debolezza del Paese, ancora senza un governo a seguito delle elezioni del 4 marzo.

D’Agostino entra nel merito della procedura d’infrazione e ne contesta le fondamenta: «Il presupposto - spiega - è che le Authority italiane siano, come quelle nordeuropee, società che fanno utili. Invece no: sono enti pubblici. Chiedere allo Stato di tassarle equivale a chiedergli di tassare se stesso».

Le Authority gestiscono i porti, e amministrano quindi aree demaniali: queste sono divise tra tante società che operano gru, banchine ecc... e pagano una concessione (limitata nel tempo e rinnovabile) all’ente pubblico. Assoggettare all’imposta sui redditi le Adsp, spiega D’Agostino, avrebbe la conseguenza di aumentare i canoni che queste ultime fanno pagare ai loro concessionari, rendendo meno competitivi i porti italiani.

Questo, va spiegato, perché l’aumento si riverserebbe sui clienti dei porti, cioè gli armatori, che quindi dove possibile potrebbero spostare in lidi più convenienti le loro navi. Dove non fosse possibile, a pagare sarebbe il cliente finale, perché i costi della catena logistica influiscono sempre sul prezzo del prodotto, che sia un paio di scarpe, uno smartphone o la benzina al distributore. Per questo i porti si fanno concorrenza e per questo il tema è così importante per Bruxelles.

Se il costo non gravasse sugli operatori, le Authority sarebbero comunque costrette a recuperare i soldi delle tasse rallentando gli investimenti in nuove infrastrutture per rimanere competitivi - e che peraltro in Italia funzionano attraverso trasferimenti dallo Stato centrale ai porti. L’una o l’altra ipotesi, chiarisce D’Agostino, «dovrà essere decisa dal prossimo governo».

Il tira e molla tra Roma e Bruxelles su questo tema va avanti dal 2013: in ambienti portuali si ipotizza che le tasse sui canoni graverebbero per 100 milioni sui bilanci degli enti, che a loro volta sarebbero costretti a ad alzare le concessioni del 30-40%.

Che dietro la mossa della Commissione ci siano le pressioni del Nord Europa non è solo un’illazione:«Qualcuno mi spieghi perché non dovrei crederlo - sbotta D’Agostino -. Colpire i porti italiani, in questo momento di debolezza, sembra un modo per mettere in ginocchio il Paese. L’Unione ci chiede di stravolgere il nostro sistema. Possiamo ragionarci, ma dobbiamo sederci attorno a un tavolo, con un governo».

Rincara la dose Pasqualino Monti, ex numero uno di Assoporti e attuale presidente del porto di Palermo: «Quando fa comodo, le Adsp sono semplici amministratori che rilasciano autorizzazioni e concessioni. Quando fa comodo il contrario diventano generatori di concorrenza sleale. L’Ue dimentica gli anni in cui accettava che i porti del Nord Europa sotto-quotassero le tariffe ferroviarie per rendere competitivi porti a 1.200 chilometri dalla Lombardia contro porti, come quelli liguri, a 120 chilometri da Milano»

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