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Porti, dopo la riforma investimenti e lavoro le prime voci in agenda / GALLERY

Genova - Il terzo Forum “Shipping and Intermodal Transport”. Fondi e banche vogliono certezze. Gli operatori avvertono: «Dopo le concentrazioni armatoriali fine del mercato libero».

Genova - I porti della riforma Delrio nascono in un mondo forse più freddo, certamente più competitivo, con nuovi attori forti in campo e che attende con urgenza una revisione sull’organizzazione del lavoro. La riforma della governance portuale è in vigore da settembre, le trattative del ministero dei Trasporti con le Regioni per i presidenti delle nuove Autorità di sistema portuale (Adsp) si stanno chiudendo, a breve usciranno i decreti sui tavoli di parternariato (sindacati e aziende dei vecchi comitati portuali). I tasselli stanno andando a posto, ma il processo è durato oltre un anno. Fuori dal tunnel delle nomine, chiusa la parentesi dei commissariamenti, ad attendere le nuove Adsp c’è la realtà illustrata ieri dai protagonisti nazionali del settore, davanti a una platea di oltre 400 persone al terzo Forum Shipping & Intermodal Transport, organizzato dal Secolo XIX e dalle testate shipping del gruppo Itedi (themeditelegraph.com, L’Avvisatore Marittimo, Ttm) a Palazzo San Giorgio sede - ancora per poche settimane - dell’Autorità portuale di Genova.

La sfida con Rotterdam via San Gottardo si gioca principalmente sulla logistica e sui terminal, e su questi due settori si affacciano i nuovi soggetti - fondi e banche - che chiedono certezze, non solo dal diritto, ma anche da chi ha in capo le decisioni strategiche. Dal 2001, sono 4.000 i progetti per infrastrutture portuali bloccati al Cipe: evidentemente non tutti sono radiosi sogni infranti nella burocrazia romana. Con cattiva progettazione e copertura incerta, molti «sono progetti che era meglio non nascessero - viene detto dagli esperti -. Non si può più ragionare con l’idea mal riposta che intanto si costruisce, poi il mercato arriverà». Anche perché l’Italia dovrà fare i conti - dice Gian Enzo Duci, presidente di Federagenti e moderatore insieme a Fabrizio Vettosi, numero uno di Vsl - con un mercato «che dopo le concentrazioni delle grandi compagnie non è più in libera concorrenza. Questo settore è dominato da campioni nazionali che perseguono politiche conseguenti». In mare (specie nel settore container) come in terra (basti pensare alle Poste tedesche che controllano Dhl).

Ecco perché la strategia deve essere nazionale: i pesi e le misure stanno cambiando. Rimane da capire quanto incisiva sarà l’azione del ministero, se fondi e progetti seguiranno logiche clientelari ma solo a un livello più alto, oppure - dice Mino Giachino, presidente di Saimare ma anche papà del primo piano nazionale della logistica - se si riconoscerà il valore strategico di Genova, come ad esempio è stato fatto per Malpensa o Fiumicino nel piano Aeroporti. Nei tavoli di partenariato gli ex membri dei comitati portuali chiederanno conto agli enti delle strategie, tendendo a mente il ruolo centrale giocato da loro soggetti omologhi nel Nord Europa e illustrati da Paolo Guglielminetti, associate partner di Pwc. Ma intanto, come ricordato da Franco Mariani, vicepresidente di Assoporti, a Taranto 500 persone sono in cassa integrazione, a Gioia Tauro gli esuberi sono 400. Il governo stanzia 40 milioni a sostegno della situazione. Ma è evidente che la sfida dei super-porti post Delrio è la riforma del lavoro.

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