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Porti turistici alla guerra dei canoni

Genova - Il governo fa orecchie da mercante, il provvedimento tanto atteso non appare nel maxiemendamento approvato al Senato (e ormai non entrerà più nella legge di Bilancio) e il mondo della nautica torna a vivere acque agitate

Genova - Il governo fa orecchie da mercante, il provvedimento tanto atteso non appare nel maxiemendamento approvato al Senato (e ormai non entrerà più nella legge di Bilancio) e il mondo della nautica torna a vivere acque agitate. Protesta Ucina: «È una fortissima delusione». Delinea scenari drammatici nel settore dei porti turistici: un fallimento «di Stato» che mette a rischio anche il posto di 2.200 addetti.

È la storia, complicatissima, del maxi aumento dei canoni demaniali, lievitati anche del 380 per cento. Una questione che si trascina dal 2007, anno in cui furono decisi dal governo Prodi, e che si è trascinata fino alle aule della giustizia amministrativa, per arrivare persino alla Corte Costituzionale.

Il colpo di scena è arrivato a novembre: la querelle giudiziaria era ancora in corso quando l’Agenzia delle Entrate è andata a batter cassa con una cartella esattoriale da 1,1 milioni e il blocco dei conti correnti (che non consente più l’operatività) alla Marina Blu di Rimini. Panico nella categoria e soprattutto tra le imprese che avevano scelto la strada dei ricorsi, pagando il canone ma non la maggiorazione. In Italia sono 25, tre in Liguria: Marina di Varazze, Marina di Lavagna, Marina di San Lorenzo.

Il timore è tale che anche chi non è direttamente toccato dalla questione la vive con ansia. Spiega Marino Agnese, direttore della Marina di Alassio: «Non dovremmo entrare in questa vicenda, ma è meglio non svegliare il cane che dorme». E dalla Spezia, dal porto di Mirabello, arriva il carico da novanta di Alessandro Menozzi, amministratore delegato e presidente di Industrie Turistiche Nautiche: «Mirabello, tra Imu e concessioni, paga più di un milione l’anno. Se in Italia le grandi Marine o sono in mano alle banche o sono in vendita, poi non ci lamentiamo. Ucina ha cento volte ragione». Ancora: «Le Autostrade le ha fatte lo Stato, le ha date in mano a gradi concessionari, in pochi anni hanno fatto miliardi perché è stato garantito loro un ritorno dell’8-10 per cento all’anno. Beati loro. Ma noi, che abbiamo lavorato con le nostre forze e con i finanziamenti, nostri, dalle banche, abbiamo concessioni impressionanti».

Il problema è proprio qui. Il concessionario, spiega Ucina, ha tra le mani uno specchio d’acqua sul quale realizzare opere che hanno bisogno di investimenti ingenti e che, alla scadenza prevista, tornano comunque nelle mani della Stato. Per questo fino al 2007 era previsto un meccanismo di canoni e adeguamenti che tenesse conto di questi investimenti, in una delicata calibratura dei piani d’impresa. Dopo è saltato tutto.

Il governo Prodi nel 2007 ha aumentato i canoni e ha anche abolito questo meccanismo “premiale”. Il mix delle due situazioni ha portato a una crescita esponenziale dei canoni. Da quel preciso momento, è partita la battaglia delle carte bollate.

Nel frattempo la Corte Costituzionale si è espressa nel 2017: «I nuovi canoni demaniali risultano applicabili soltanto alle opere che già appartengano allo Stato, mentre per le concessioni di opere realizzare a cura del concessionario, ciò può avvenire solo al termine della concessione, e non già nel corso della medesima». Insomma, non retroattivamente.

Distorcendo il meccanismo, spiega Ucina, si nega ogni futuro a queste imprese, se si accetta il principio che lo Stato può aumentare dalla sera alla mattina e in corso d’opera i canoni «vanificando ogni investimento e piano economico-finanziario di lungo periodo».

Nel frattempo, ha vinto il contenzioso il Marina di Portisco di Olbia, ma l’iniziativa dell’Agenzia delle Entrate a Rimini ha riportato verso l’alto la temperatura delle reazioni, anche se il giudice ha concesso la sospensione esecutiva della cartella di pagamento. «I posti turistici attrezzati - conclude Ucina - sono la spina dorsale dell’offerta turistico-nautica, in Italia coprono il 25 per cento dei posti barca, corrispondono un po’ agli hotel a 4 o 5 stelle, metterli così in difficoltà sarebbe come colpire la miglior offerta alberghiera del Paese». Ma nonostante il confronto con diversi ministri, l’emendamento per chiudere i contenziosi non è arrivato con la manovra.

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