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Fincantieri Sestri, ribaltamento a rischio stallo

Genova - Il ribaltamento a mare dello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente, dopo anni di trattative e una via libera che pareva quasi certo poco prima dell’inizio dell’estate, rischia di fermarsi. Non a caso Signorini parla di «una forte preoccupazione per i tempi»

Genova - Il ribaltamento a mare dello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente, dopo anni di trattative e una via libera che pareva quasi certo poco prima dell’inizio dell’estate, rischia di fermarsi. Non a caso, il presidente dell’Autorità di sistema portuale di Genova- Savona, Paolo Emilio Signorini, parla di «una forte preoccupazione per i tempi che, vista la recente crisi di governo, potrebbero allungarsi prima che il progetto di ampliamento del cantiere venga completato». Nella seconda metà di settembre, nella sede genovese del Cetena, società controllata da Fincantieri, verranno ultimate le ultime simulazioni virtuali che riguardano il piano di ingrandimento del sito. Secondo Signorini, il cantiere - salvo sorprese - partirà comunque nel mese di ottobre con le opere che interessano la messa in sicurezza del Rio Molinassi. «Ci si sono soldi a disposizione e autorizzazioni per completare i primi tre lotti. I problemi, però, arriveranno dopo: manca la firma di un nuovo accordo di programma e soprattutto non ci sono a disposizione abbastanza fondi per portare a termine l’interno progetto».

Il timore che la recente crisi di governo possa compromettere lo sviluppo dello stabilimento genovese sta preoccupando anche i sindacati che sono pronti alla mobilitazione: «Chiederemo spiegazioni agli enti locali, Regione Liguria in primis. Qui si rischia di bloccare un progetto essenziale per garantire lavoro allo stabilimento e senza il quale il cantiere è destinato a morire. Da luglio, come sindacato, non abbiamo più avuto notizie e questo ci preoccupa molto» dice Bruno Manganaro, segretario generale Fiom-Cgil Genova. Il progetto del nuovo ribaltamento a mare - radicalmente cambiato rispetto a quello annunciato oltre dieci anni fa - prevede riempimenti a mare utilizzando i detriti di Ponte Morandi, in particolare nello specchio acqueo più vicino al porticciolo turistico Marina Sestri.

Il sito - durante i circa cinque anni di lavori - si ingrandirà verso mare e verrà realizzato un maxi-bacino di carenaggio in grado di ospitare grandi navi da crociera di ultima generazione. Per il sito genovese attualmente è assicurato lavoro sino al 2024 ma il ribaltamento è necessario per consentire a Fincantieri di ampliare il cantiere che senza nuovi spazi non può ospitare la costruzione di navi di grandi dimensioni.


GOVERNO E VOTO, I NODI DA SCIOGLIERE
Il primo nodo da sciogliere è quello che riguarda il reperimento dei fondi per realizzare il ribaltamento a mare. Il costo stimato per l’opera è di 780 milioni di euro contro i 90 milioni previsti dal piano approvato oltre 10 anni fa. Di questi, 550 saranno soldi pubblici - in buona parte ancora da stanziare - mentre 230 milioni dovranno essere messi da Fincantieri. Al momento, infatti, a disposizione ci sono nella casse di Palazzo San Giorgio solo 90 milioni di euro: «L’Authority potrebbe stanziare qualche soldo in più - dice Signorini - ma comunque la maggior parte dei fondi dovrebbe arrivare con la nuova legge di bilancio come era già stato previsto ».

La seconda incognita è invece quella che riguarda la firma di un nuovo accordo di programma tra tutti i soggetti coinvolti prima che inizi l’ampliamento a mare del cantiere: oltre agli enti locali, sono interessati i ministeri dei Trasporti, dello Sviluppo economico e dell’Ambente. C’è poi la possibilità che venga richiesta anche una nuova valutazione di impatto ambientale (Via).

Sulla firma del nuovo accordo, però, pesa come un macino la recente crisi di governo: i tempi infatti sembrano destinati ad allungarsi visto che la probabile presenza di nuovi ministri nei dicasteri interessati comporterà dal principio l’avvio di un nuovo iter. In caso di un rimpasto di governo potrebbero essere necessari alcuni mesi per chiudere la pratica. Tempi comunque lunghi che si dilaterebbero ulteriormente in caso di nuove elezioni con la chiamata alla urne che difficilmente verrebbe fissata prima dell’inizio di novembre.

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