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Bono: «A Genova il primo passo verso il polo europeo della difesa» / L’INTERVISTA

Genova - L’attesa è stata lunga: più di dodici anni. Ma Giuseppe Bono ha sempre sostenuto di non avere fretta.

Genova - L’attesa è stata lunga: più di dodici anni. Ma Giuseppe Bono ha sempre sostenuto di non avere fretta. E oggi, nel salone dell’austera sede genovese di Fincantieri, il manager nasconde a fatica il sorriso di chi ha vinto la più lunga e combattuta partita a scacchi della sua carriera. «Adesso spero che il Paese capisca, una volta per tutte, il valore dell’industria. Un valore che l’Italia, pezzo dopo pezzo, ha perso». Perché a modernità e innovazione è difficile rinunciare, «ma quante start-up ci vogliono per colmare il vuoto che una grande azienda manifatturiera lascia quando chiude?».

Per Fincantieri questa firma (quella sulla joint venture tra la società italiana e Naval Group) sancisce la fine di un percorso e l’inizio di un altro, quello che dovrebbe portare all’acquisizione di Stx France e alla nascita del primo polo navalmeccanico al mondo. Un traguardo che lei sta inseguendo, spesso in solitudine, da almeno dodici anni. «All’epoca si decise di fare una scelta diversa, e il nostro progetto non fu preso in considerazione. Probabilmente non si era compresa l’importanza dei questa industria: a casa nostra – governava Prodi - si parlava poco di Fincantieri e molto di altre aziende. In questa fase c’è una maggiore consapevolezza del nostro peso, e parlare col governo è diventato più facile. Tornando alla domanda: con i francesi abbiamo iniziato a dialogare ben prima della decisione dei coreani di vendere. Oggi l’accordo con il governo parigino c’è, manca solo la pronuncia dell’Antitrust Ue. Sinceramente non credo abbia motivo di opporsi, a meno che l’Europa non voglia suicidarsi: a quel punto non ci resterebbe che prenderne atto».

Per lei l’accordo con Naval Group è una rivincita?
«No: sono solo orgoglioso di avere capito in anticipo la strategicità di certi obiettivi. Gli unici consolidamenti industriali sono nati alla fine degli anni Novanta, quando lavoravo in Finmeccanica: penso alle joint venture di Mbda, Agusta, Marconi».

A proposito di Leonardo: il gruppo preme per avere un ruolo nell’accordo italo-francese.
«Ma il prime contractor deve farlo il costruttore navale, da lì non si scappa: lo chiede il cliente. Noi non facciamo missili, dobbiamo comprarli. Mi chiedete quale può essere il ruolo di Leonardo? Vi rispondo dicendo che ha il 25% di Mbda, che produce missili. Non facciamo cannoni, li compriamo dalla Oto Melara perché ci servono. Non facciamo radar: compriamo pure quelli. Il ruolo di prime contractor ci impone di realizzare l’architettura dei sistemi di combattimento, ma anche di seguire la loro evoluzione tecnologica, sapendo che molte cose che si producono oggi fra qualche anno non serviranno più. Ma vogliamo parlare di importi? Ipotizzando di pagare un radar 30 milioni e un Combat Management System 15, arriviamo in totale a 45 milioni su un valore della nave di 500. Queste sono le proporzioni».

La collaborazione con Leonardo rimarrà, dunque?
«Per quanto ci riguarda, sì. Ma attenzione: il numero dei programmi navali è sempre molto piccolo rispetto a quelli aeronautici. Può darsi che convenga di più sviluppare una cosa rispetto all’altra. Ma questo non è il mio mestiere… Io devo capire cosa succede fra 6-7 anni, e siccome la nostra piattaforma diventa sempre più ricca devo attrezzarmi in tempo. La cybersecurity, per esempio, devo averla in casa: mica posso pensare di lasciare una nave da crociera in mezzo al mare in balìa di un attacco digitale. E perché mai dovrei lasciare ad altri questo settore? Ormai l’evoluzione è tale che convergiamo sempre di più su prodotti simili, almeno fino a un certo livello».

L’accordo con Naval Group è aperto ad altre realtà? E’ possibile pensare di allargarlo ad altri Paesi?
«Dipende da quello che succederà in Europa. La Commissione cambierà, ma di difesa comune europea continueremo comunque a parlare. Oggi la minaccia non arriva più da Est, se l’Ue vuole contare qualcosa nel mondo deve dotarsi di una politica unica, ce lo chiedono anche gli Stati Uniti. Le conseguenze? Rimarranno due o tre società, come è successo negli Usa. E’ il mondo che va in quella direzione. Quando, nel 2009, abbiamo acquisito i cantieri americani Marinette, il programma Lcs non era ancora partito. Ci siamo assunti il rischio dell’operazione. In dieci anni ci sono state assegnate sedici navi: direi che l’operazione ha dato i suoi frutti».

Chi potrebbe essere, in Europa, il primo interlocutore?
«Senza dubbio la Germania. Se i Paesi devono destinare il 2% del Pil alla difesa comune, diventa davvero difficile escludere i tedeschi dal ragionamento. Ma è pensabile coinvolgere anche la Spagna. Una cosa è certa: espandersi, nella cantieristica, è inevitabile. Se non avessimo avuto i due cantieri in Romania, non avremmo potuto portare a casa tutte le commesse per navi da crociera che abbiamo incassato in questi anni».

E’ in quest’ottica che avete investito in Gin (Genova Industrie Navali)?
«Esattamente in quest’ottica. Quell’operazione la immaginavamo da tempo, poi si è resa necessaria per consentire a Gin e al cantiere Mariotti di restare sul mercato dal punto di vista finanziario. Lo abbiamo fatto volentieri. Stiamo iniziando a diversificare, cercando di capire cosa succederà tra dieci anni dal punto di vista politico e tecnologico».

Come immagina il mercato fra dieci anni?
«Immagino Fincantieri in una posizione di grande rilievo. Con il rammarico che oggi siamo l’unico settore italiano che può partecipare al consolidamento. Nel settore aereo e in quello terrestre comandano francesi e tedeschi. Sarebbe utile che il Paese ne prendesse atto».

Oggi parliamo di consolidamento nel settore militare. Nel settore passeggeri cosa succederà?
«Aspettiamo la decisione dell’Antitrust. Ma, sia chiaro, qui ci sono regole da cambiare. L’Unione europea è nata per aggregare: se prima della sua creazione regolare la concorrenza era doveroso, oggi è miope. Noi e la Francia non siamo in competizione: ci alleiamo per resistere alla competizione che arriva dal resto del mondo. Altrimenti facciamo la fine di quei produttori di telefonini che sembravano imbattibili fino a 15 anni fa, e che oggi sono scomparsi. Forse non è chiaro a tutti: o l’Occidente unisce le forze, o il futuro diventa molto complicato».
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