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Mattioli: «Un fondo pubblico a sostegno dell’armamento» / IL COLLOQUIO

Genova - «Nel 2015 una circolare Abi da noi caldeggiata invitava le banche a preferire, in fase di chiusura del rapporto, i fondi con finalità “amichevoli”. In parte ha funzionato, in parte no», dice il presidente di Confitarma.

Genova - L’ultimo caso, in ordine di tempo, ha toccato il gruppo Moby: alcuni fondi hanno chiesto al tribunale l’apertura della procedura concorsuale, l’armatore si è difeso depositando in procura una querela per calunnia. Non è la prima volta che il rapporto fra finanza e shipping genera scontri così aspri, a testimonianza di una conflittualità che spesso si rivela impossibile da contenere.

Mario Mattioli, presidente di Confitarma, lo premette: «Il nostro obiettivo, da oramai dieci anni, è educare le parti al rispetto reciproco, evitare strascichi lunghi e dolorosi per tutti: per l’azienda e per il creditore. È sempre spiacevole leggere di richieste di istanze di fallimento, a maggior ragione se parliamo di un gruppo così importante a livello nazionale, con un forte radicamento nel Paese e con un altrettanto forte impatto occupazionale». Moby da tempo ha lasciato polemicamente Confitarma, ma di fronte agli eventi degli ultimi giorni non c’è spazio per le divisioni interne all’armamento italiano. «Sta succedendo a Moby ciò che stigmatizziamo da tempo, e che purtroppo è successo anche a nostri associati - dice Mattioli -. Ed è una cosa che non fa bene a nessuno: né a chi la mette in campo, né a chi la subisce. Da anni, in associazione, dialoghiamo costantemente con i fondi: tutti, tranne uno, hanno manifestato interesse a capire il nostro mondo, ad accettarne i cicli, anche riducendo le proprie aspettative». Episodi come l’ultimo, però, sono la prova che la strada da percorrere è ancora lunga. «I fondi hanno spesso orizzonti corti - ammette il presidente - e la cosa non aiuta a creare una nuova fase di sviluppo per le aziende. Ma tutto dipende dalle intenzioni iniziali: l’approccio del fondo può essere amichevole o ostile. Nel 2015 una circolare Abi da noi caldeggiata invitava le banche a preferire, in fase di chiusura del rapporto, i fondi con finalità “amichevoli”. In parte ha funzionato, in parte no, ma la strada giusta rimane quella. Nel momento in cui un fondo rinuncia all’ottica del breve termine, spostando a cinque, sette, anche dieci anni l’orizzonte temporale dell’investimento, il rapporto con il nostro mondo diventa sicuramente più sano. In questo senso, siamo orgogliosi di non avere fra i nostri associati fondi che si sono resi protagonisti di richieste di fallimento». Con le banche in crisi, i fondi da soli rischiano però di non bastare a sostegno dello shipping.

Ecco perché Confitarma, spiega Mattioli, ha avviato un tavolo di confronto col governo per la creazione di un intervento di natura pubblica: «Che sia Cassa Depositi e Prestiti, o un fondo dedicato come f2i, fa poca differenza. Certo è che oggi esiste lo spazio per un interlocutore pubblico capace di sostenere lo sviluppo di un settore che, ricordiamolo, vale il 2,5% del prodotto interno lordo nazionale. Nelle prossime due-tre settimane aggiorneremo il tavolo e, spero, entreremo maggiormente nel dettaglio del progetto».
La prima occasione per un confronto pubblico sull’argomento sarà l’assemblea annuale di Confitarma, il 31 ottobre a Roma. «Ha già aderito la ministra dei Trasporti, Paola De Micheli, sarà un appuntamento molto importante anche per ribadire di fronte al nuovo esecutivo la strategicità di tonnage tax e registro internazionale: non tutti sanno, ad esempio, che pur rappresentando il naviglio italiano il 20% di quello greco, sulle nostre navi imbarchiamo il doppio dei marittimi comunitari. Se mettiamo in discussione la bandiera italiana, colpiamo sia l’occupazione che il Pil». Altro tema urgente, quello della semplificazione: «Registrare una nave in Italia significa aspettare tre o quattro giorni, in qualsiasi Paese straniero la pratica avviene in tempo reale. Non possiamo parlare di sviluppo se prima non affrontiamo questi gap». —

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