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Zero tasse nei porti: Londra sfrutta la Brexit per sottrarre traffici agli scali continentali

Genova - La strategia di Johnson: importare merce, assemblarla e riesportarla. I laburisti contrari: «Rischi di riciclaggio e sfruttamento dei lavoratori».

Genova - «Quella libertà che ha permesso ai Docklands di Londra di trasformarsi radicalmente negli anni ’80, adesso potrà portare gli stessi benefici anche in altre città del Regno Unito». Esulta il governo di Boris Johnson per la trovata «in grado di creare migliaia di nuovi posti di lavoro». Ma i free ports del primo ministro sono diversi dalla rivoluzione residenziale e commerciale della zona Est di Londra che da portuale è diventata simbolo della riqualificazione urbana. Le zone economiche speciali di Johnson seguiranno invece l’esempio di Singapore, non quello di Londra. Serviranno dieci porti liberi da distribuire per tutto il Paese, per rispondere alla Brexit e per prepararsi agli eventuali contraccolpi commerciali.

Porti liberi, zero tasse

L’idea è semplice: nelle aree che il governo disegnerà nelle prossime settimane, le tasse, i dazi, gli aspetti doganali e i controlli, saranno ridotti quasi allo zero. Le nuove zone speciali sorgeranno vicino ai principali porti del Regno Unito «così che la merce potrà essere importata, assemblata nelle fabbriche comprese all’interno della zona e riesportata» spiega il governo di Sua Maestà. È una risposta ai problemi commerciali che potrebbero sorgere dopo l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione europea. Bruxelles può contrastare l’offensiva inglese con circa 80 porti franchi sorti nei diversi Paesi dell’Unione, ma ci sono diversi limiti: per l’Europa i free ports non sono un vantaggio, anzi. Non li incoraggia, perché sono i simboli della «concorrenza sleale tra aziende» che pagano poche tasse (quelle dentro le zone economiche speciali) e quelle che stanno al di fuori. E poi Bruxelles deve controllare che i Paesi che hanno istituito i porti liberi non li sovvenzionino anche con denaro pubblico. A fine ottobre, quando l’Inghilterra sarà fuori dall’Europa, il problema delle regole comunitarie non ci sarà più. Per questo a Londra sono convinti che sarà un ottimo affare, per rubare merce al resto dei porti del Continente. In passato l’esperienza inglese dei free ports è durata quasi trent’anni: Liverpool, Southampton e Tilbury erano i simboli di quella stagione. Poi nel 2012 si è interrotto il programma. Oggi Johnson vuole riprendere quel dossier, guardando più ad Est, verso l’Asia, per trasformare l’Inghilterra nella “Singapore d’Europa”.

I critici

Il governo spinge, ma i free ports non piacciono a tutti. Una scuola di economisti li definisce inefficaci, perché vengono visti come una zona grigia in cui il pagamento delle tasse è solo rimandato: prima o poi - sostengono - il fisco inglese presenterà il conto. La politica invece vede rischi persino peggiori: per i laburisti, gli avversari di Johnson, i porti liberi potrebbero diventare delle gigantesche lavanderie di denaro sporco e contribuire al dumping sociale con lavoratori sottopagati e con meno diritti: «Sarà una gara al ribasso» tuona l’opposizione. «Non è così: le zone economiche speciali rappresentano il binario giusto per superare la Brexit» rispondono gli economisti dell’Adam Smith Institute, i liberisti inglesi che supportano il governo nel progetto. «I free ports sono i nostri scali sicuri, mentre nel mondo infuria la tempesta economica». La pensano così anche altri 135 Paesi che hanno creato 3.500 porti franchi. Ora se ne aggiungeranno altri dieci nel cuore dell’Europa. —

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