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«La Premuda del futuro? Più navi e più alleati» / IL COLLOQUIO

Genova - «Capiremo quanto sarà stato importante il nostro lavoro fra qualche anno. Se saremo riusciti a trasformare Premuda da società leader italiana con presenza all’estero a società leader estera con presenza italiana, quello sarà il segno del nostro successo», dice il ceo Marco Fiori.

Genova - «Capiremo quanto sarà stato importante il nostro lavoro fra qualche anno. Se saremo riusciti a trasformare Premuda da società leader italiana con presenza all’estero a società leader estera con presenza italiana, quello sarà il segno del nostro successo». Marco Fiori, 63 anni, una carriera che lo ha portato dal mondo bancario negli Stati Uniti a quello del trasporto marittimo, è uno dei manager più quotati sul panorama dello shipping internazionale. Dopo avere legato il suo nome al gruppo d’Amico, oggi è alla guida di Premuda, storica compagnia di navigazione con sede a Genova interamente controllata dal fondo Pillarstone. Lo incontriamo pochi giorni dopo la diffusione dei dati di bilancio (ricavi a 36,2 milioni di euro, Ebitda in forte crescita a 10,9 milioni) e la nomina del nuovo cda che resterà in carica tre anni.

«Come sto vivendo quest’esperienza? Beh, per prima cosa, contrariamente a quello che molti si aspettavano, devo dire che all’interno di Pillarstone ho trovato la capacità di capire e la volontà di fare crescere l’azienda. Il solo fatto di avere nominato Alcide Rosina presidente ne è la testimonianza diretta. Intendiamoci: loro hanno logiche diverse da quelle dell’armatore, ed è giusto così. Ma il progetto che stiamo portando avanti insieme è chiaro a tutti: vogliamo creare qualcosa che duri nel tempo». Per Fiori quella genovese è un’esperienza del tutto nuova. «In effetti mai avevo lavorato con un fondo – conferma il ceo – So che l’ingresso di questi soggetti nel mondo dello shipping italiano ha suscitato un dibattito molto acceso, ma sono convinto che spesso questo dibattito abbia riguardato cose futili. In un mercato in forte crisi, senza denaro fresco, per fortuna c’è qualcuno ha evitato lo scenario peggiore. La domanda che tutti dovrebbero farsi, in questi casi, è una sola: stiamo difendendo i partecipanti o il business? Ecco, io credo che lo shipping, che per sua natura si evolve secondo i tempi, debba sapere cogliere le opportunità anche finanziarie che arrivano dai cambiamenti. Pillarstone, voglio dirlo a chiare lettere, non ha finalità distruttive. Premuda crescerà, avrà una struttura più efficiente e si baserà su centri di eccellenza in vari Paesi. E Genova sarà uno di questi».

Genova e società globali: un binomio non sempre felice, volendo usare un eufemismo. «Quando mi chiedono perché credo in questa città, rispondo con una battuta. Nella vita puoi scegliere tre strade: la easy way, la hard way e la right way. La terza via è sicuramente la più difficile. La più facile è dire: qui non funzionerà niente. Io invece credo che qui possa funzionare. Avete una città architettonicamente bellissima, con un mare splendido e molti giovani di talento: forse il problema è che non sapete pubblicizzarvi…».
La Premuda che Fiori ha in mente, quella che si svilupperà nei prossimi due anni, è una società «con una flotta più bilanciata e numerosa. Quando sono arrivato ho trovato dieci navi da carico secco su dodici, dobbiamo arrivare almeno all’equilibrio. Ma qui il nostro futuro si interseca con quello di Finav, vedremo come integrare le flotte perché ci sarà una massa critica non indifferente. Altro tema sarà quello delle alleanze: abbiamo iniziato con United, non vogliamo fermarci. Per quanto riguarda le navi, ci saranno grosse novità nel secondo semestre dell’anno».

Di sicuro, Pemuda subirà una trasformazione radicale, come spiega Enrico Barbieri, chief transformation officer della società: «Non puntiamo solo a rispettare gli impegni del business plan quinquiennale, quello lo reputo il minimo sindacale. Vogliamo trasformarci da armatore a operatore dello shipping. Abbiamo un mandato preciso: la crescita in maniera esogena. E il modello che seguiremo è quello di un soggetto con meno navi di proprietà, più navi gestite e l’impiego di meno equity. Oggi il valore della società non può essere solo la somma delle navi, del “ferro”. Il mercato premia la capacità di ostacolare la frammentazione del settore, e noi abbiamo nel dna il fatto di essere un soggetto consolidatore». Ma Pillarstone come si pone, in questo modello di business? «Esistono molti fondi con un orizzonte di 18-36 mesi, nel private equity si dice che quest’orizzonte salga a cinque anni. Nel nostro caso, pur essendo l’obiettivo quello di un’uscita “appena possibile”, posso dire che siamo in presenza di capitale paziente. L’investimento, in altre parole, può aspettare il tempo che serve». Ma le banche, dopo il terremoto degli scorsi anni, torneranno a confrontarsi serenamente con lo shipping? «Certo che sì – risponde Fiori – Anche il credito, come il trasporto marittimo, ha i suoi cicli. Già adesso qualcosa sta cambiando, per fortuna in meglio: oggi parliamo di finanziamenti del 50-60%, prima si ragionava dall’80% in su». Dai mercati che segnali arrivano, per gli armatori? «Se non fossimo ottimisti non faremmo questo lavoro – scherza Fiori – Io sono certo che dall’Imo 2020 arriveranno buone notizie. Certo: come insegna l’ultima grande crisi, quella giapponese degli anni Ottanta, c’è bisogno di consolidamento. Ma anche in questo senso sono fiducioso».—

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