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Maneschi, il primo in Italia a capire il Far East / IL RICORDO

Trieste - Dai cinesi, dicevano i suoi più cari amici, Maneschi aveva acquisito alcune capacità uniche e inconsuete per un occidentale: la disciplina nei comportamenti, la forma, la capacità di ascoltare e di parlare solo dopo aver riflettuto a fondo

Trieste - Dai cinesi, dicevano i suoi più cari amici, aveva acquisito alcune capacità uniche e inconsuete per un occidentale: la disciplina nei comportamenti, la forma, la capacità di ascoltare e di parlare solo dopo aver riflettuto a fondo. Ma forse queste doti erano già scritte nel suo codice genetico, quel codice che gli aveva consentito di comprendere le cose e i fenomeni che si stavano appena delineando all’orizzonte di mondi lontani, prima degli altri. Lo aveva fatto, giovanissimo, anche in un gruppo competitivo, come era la storica agenzia Coe & Clerici.

Forse unico fra i collaboratori del grande Jack Clerici aveva capito prima degli altri che il container sarebbe stato il futuro e specialmente che quell’allora sconosciuta compagnia di Taiwan, che si chiamava Evergreen sarebbe diventata un player di primo piano nell’interscambio mondiale delle merci. Pierluigi Maneschi la gavetta l’aveva fatta eccome, nelle notti sulle banchine in porto, sempre pronto a rimboccarsi le maniche e affrontare i problemi, fra una polizza di carico e un rapporto da costruire e ricostruire ogni giorno con i portuali.

Su questa volontà di ferro e su una capacità di intuizione che ne ha fatto un caso forse unico nel panorama della portualità italiana, aveva anche compreso prima degli altri che la chiave di lettura anche della professione degli agenti marittimi sarebbe stata una diversificazione verso la logistica e i terminal portuali. A Livorno, in silenzio, sempre sotto traccia, nello stile “cinese” che si era dato, aveva edificato mattone dopo mattone un piccolo impero dello shipping, quella che con orgoglio aveva definito una piccola multinazionale marittima italiana impegnata oggi nello shipping, nei terminal portuali, nella logistica, nei trasporti ferroviari, nell’impiantistica.

Nel suo ufficio di Scali Cerere, quelle braccia conserte e la postura eretta che ispirava autorevolezza naturale e non studiata, aveva giocato una parte determinante, e ai più sconosciuta, in due rivoluzioni epocali per la logistica e lo shipping del nostro Paese. A Genova, quando la Fiat si era trovata, quasi per caso, a gestire il porto di Voltri attraverso Sinport, aveva trovato in Pierluigi Maneschi l’unico partner in grado di trasformare quel folle terrapieno a ponente del porto di Genova, nel più importante terminal container del Mediterraneo, guidandolo a conquistare una posizione di assoluta eccellenza operativa e tecnologica. Ma anche in un altro caso, altrettanto poco noto, l’intuizione di Pierluigi Maneschi si era rivelata determinante.

Quando la flotta pubblica italiana, quella che faceva capo alla Finmare, perdeva colpi e credibilità e Romano Prodi ne aveva deciso la privatizzazione, Maneschi aveva visto nel vecchio Lloyd Triestino, protagonista in anni antichi delle rotte per Asia e Australia, una eccezionale opportunità per tutelare un ruolo italiano sui mari, pur legandosi a un grande gruppo internazionale. Con lui al timone, ma anche nella funzione di garante che i cinesi di Taiwan gli riconoscevano ormai da anni, il Lloyd era stato acquisito da Evergreen e trasformato in Italia marittima.

Come spesso accade ai livornesi che sono specialisti nel motto nemo propheta in patria anche Pierluigi Maneschi aveva trovato lontano dal porto mediceo, il terreno fertile dove seminare le sue intuizioni e Trieste era diventata la sua seconda, o forse, la prima città di elezione, città nella quale vivere e condividere il carattere schivo, riservato, sempre lontano dai riflettori. Quella Trieste così asburgica ma anche così internazionale era diventata il suo nuovo mondo. O forse, è vero il contrario. Maneschi a Trieste, dove ha impegnato il suo gruppo in una operazione che ha anticipato i tempi della Via della seta, aveva portato una parte del suo mondo, fatto di relazioni basate sempre e comunque sulla fiducia e sull’affidabilità. Valori di cui aveva permeato anche la famiglia e le amicizie che per lui rappresentavano sempre e comunque un valore da difendere.

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