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«Europa e poltrone, l’Italia punti anche ai funzionari»

Genova - L’intervento del prof. Maresca: «Le nomine politiche sono importanti, ma le scelte vere le fanno i direttori». Ecco le figure su cui può puntare il nostro Paese, a cominciare dai trasporti.

Genova - Adesso si apre uno squarcio di concretezza in una campagna elettorale nella quale le forze politiche sembrano non conoscere gli obbiettivi europei che purtroppo altri paesi stanno presidiando. Sono molte le difficoltà del nostro Paese a gestire la sua presenza nell’Unione, non solo per la fatica di rispettare l’ordinamento europeo, ma perché di fatto emarginato dalla gestione di alcune importanti nomine chiave. Certo, la nomina del Commissario italiano e varie posizioni “politiche” (Presidente del Parlamento, vice governatore Bce, Presidente dell’Eurogruppo ecc.) sono molto importanti. Ma non lo sono meno altre posizioni fra le quali i direttori e vicedirettori generali della Commissione europea (ad esempio il direttore generale della concorrenza è fra le funzioni più delicate dell’Unione, e certamente sono molto importanti anche quelli dell’industria, dei trasporti, del mercato interno ecc). Persino in periodo di campagna elettorale, quando l’attenzione critica cede alle passioni sul niente (in un Paese che purtroppo pare avere rinunciato all’apporto della cultura economica e giuridica al governo della società). Come è noto il Parlamento europeo, dopo il Trattato di Maastricht, elegge separatamente il Presidente e ciascun Commissario designati dal Consiglio europeo fra persone scelte “in base alla loro competenza generale e al loro impegno europeo e tra personalità che offrono tutte le garanzie di indipendenza” ( art. 17, Tue). L’attribuzione al Parlamento del potere di eleggere la Commissione su proposta degli Stati membri costituisce una innovazione per assicurare una maggiore democraticità delle istituzioni: che, tuttavia, finisce per tradire lo spirito originario dei trattati del 1957, di fatto dando all’Unione una connotazione “politica” che i padri fondatori intendevano escludere (proprio per tenere tutti insieme).

Come è noto la Comunità delle origini prevedeva e favoriva, infatti, la coesistenza di più Paesi – ovviamente che si riconoscessero nelle regole del trattato - anche se di orientamento politico diverso. Funzionali a questi obbiettivi erano istituzioni non politiche come la Corte di giustizia e la Commissione. Dopo questa piccola premessa veniamo all’oggi: anche se e’ singolare paragonare un momento europeo - figuriamoci italiano! - così culturalmente, moralmente e politicamente povero al periodo delle grandi speranze internazionali degli anni 50, 60 e 70. Se le elezioni del 26 maggio esprimessero una maggioranza “sovranista” si innescherebbe un processo di profondo cambiamento dell’Unione le cui conseguenze non sono immaginabili. Se invece prevalesse una maggioranza non sovranista (i sondaggi danno per sicura una coalizione fra popolari, socialisti e liberali) lo scenario è più prevedibile. Il candidato Commissario italiano, per conquistare i voti della maggioranza - tendenzialmente ostile - del Parlamento, dovrà essere una personalità autorevole e nel cui track record non vi sia nessuna ombra di antieuropeismo. Non dimentichiamo al riguardo il duro processo parlamentare di selezione che finisce per scandagliare le idee e la stessa vita privata del candidato (si ricorderanno le vicende Buttiglione e Bratusek che hanno portato a sconfessare le proposte degli Stati interessati). Un Commissario autorevole e che crede nell’Europa sarà, inoltre, indispensabile per ricostruire un rapporto con l’Unione: oggi davvero ai minimi termini. Perché alla fine le norme applicabili sono quelle europee e non quelle nazionali: e tutto induce a pensare che, sulla base del piano di Emmanuel Macron e di Angela Merkel, l’Unione aumenterà, e non ridurrà, le sue competenze in materia di governo dell’economia. Ovviamente questo Commissario europeista non potrà essere lasciato solo . Pur indipendente dovrà essere sostenuto da una Politica (la P maiuscola è voluta): magari attenta alle esigenze nazionali, ma presente nel contesto europeo. Per riaffermare la presenza costruttiva del nostro Paese nell’Unione, sarà indispensabile rimettere al centro un minimo di cultura di governo : studiare ed elaborare soluzioni e progetti non estemporanei con Università e centri di ricerca europei e costruire ed attuare il diritto europeo diventando un partner affidabile della comunità europea ed internazionale.

Ecco, se l’Italia dopo le elezioni saprà essere autorevole e propositiva, punto di riferimento intelligente di altri Paesi membri sui dossier più delicati (il mercato unico ancora gravemente incompleto, il controllo sugli investimenti stranieri, il discusso riordino delle norme sulla concorrenza fra aiuti di stato, concentrazioni, tutela del mercato interno e campioni nazionali, le reti europee la cui disciplina è palesemente insufficiente, il riordino delle norme sull’Unione monetaria per assicurare maggiore tutela agli interessi nazionali, gli accordi sul commercio internazionale che la Francia punta a depotenziare in nome dell’”Europa first”), sarà ragionevole rivendichi significative posizioni di vertice per i funzionari italiani che sono nelle istituzioni (indiscutibilmente fra i migliori ) . Se invece l’Italia continuasse a mettere sistematicamente in dubbio i principi tradizionali del diritto europeo, addirittura violandoli, rimarrebbe del tutto vincolata ad una vicenda (quella dell’Europa) senza riuscire minimamente a governarla.

*L’autore è professore di Diritto Internazionale all’Università di Udine

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