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Un software per aiutare i marittimi che sbarcano

Genova - Dall’Accademia della marina mercantile di Genova escono annualmente almeno 100 diplomati pronti per un futuro in mare. In tutto il mondo i nuovi ufficiali di coperta e di macchina, marinai e motoristi, sono ogni anno migliaia

Genova - Dall’Accademia della marina mercantile di Genova escono annualmente almeno 100 diplomati pronti per un futuro in mare. In tutto il mondo i nuovi ufficiali di coperta e di macchina, marinai e motoristi, sono ogni anno migliaia. Eppure non bastano: secondo l’ultimo rapporto sulla forza lavoro di Bimco, la più grande associazione armatoriale internazionale, nel 2015 mancavano all’appello sulle navi, per carenza di offerta, ben 16.500 ufficiali; nel 2020 ne mancheranno 92 mila. Chi s’imbarca abbraccia un mestiere ben pagato - lo stipendio medio di un marittimo italiano è di 2.200 euro netti al mese - che però nella maggior parte dei casi abbandonerà presto per mettersi alla ricerca di un lavoro sulla terraferma. Una ricerca quasi sempre molto difficile: «È un problema con cui si confrontano oggi tutti gli armatori. Se i loro dipendenti avessero maggiore facilità di reimpiegarsi a terra, dopo 15 o 20 anni di lavoro in nave, il loro umore e la loro produttività sulla nave migliorerebbero».

La sintesi è di Francesco Parola, professore di economia dei trasporti all’Università di Genova e ricercatore del Cieli, Centro italiano di eccellenza sulla logistica, i trasporti e le infrastrutture. Insieme ai colleghi Giovanni Satta e Luca Persico, a Lorenzo Galante, collaboratore del Cieli, e al gruppo genovese Esa, specializzato nella fornitura di equipaggi alle navi, Parola ha curato un sondaggio sulle prospettive di lavoro dei marittimi italiani. Lo presenterà venerdì mattina nell’ambito di un convegno nel dipartimento di Economia dell’Università di Genova con inizio alle nove e mezza.

La ricerca degli economisti genovesi vuole produrre un sistema di riferimento per valorizzare la professionalità dei marittimi e aiutarli nel trovare un lavoro alternativo a terra. Il primo risultato di questo lavoro è un software, già in parte realizzato dal Cieli e dal dipartimento di Economia, che fa una radiografia del marinaio e delle sue competenze, e in base a queste indica quale potrebbe essere il suo futuro impiego sulla terraferma e cosa gli occorre, quali corsi deve seguire, quali competenze deve acquisire, per ottenere quel posto di lavoro.

L’indagine è basata su un campione di 694 persone, tutti di nazionalità italiana, di età media 36 anni e al 94% uomini. Di questi, soltanto il 38% ha un’anzianità di servizio superiore ai 15 anni. E solo il 17% desidera terminare la propria carriera a bordo di una nave.

«Il problema è che non esistono percorsi definiti per la riqualificazione a terra degli ex marittimi», evidenzia Satta. Sul totale degli intervistati, sono appena in un centinaio a dichiarare di avere trovato, dopo l’esperienza in mare, un lavoro sulle terraferma, mentre più di 250 dicono, pur non sognandosi minimamente di finire i propri giorni in mare, di non averlo neppure cercato.

Carenza di contatti, i nadeguatezza degli stipendi a terra, paura di perdere il lavoro a bordo, sono tra i principali motivi che frenano la ricerca di un impiego alternativo. Nel 69% dei casi, poi, la nuova esperienza lavorativa dura poco, al massimo cinque anni.

Il software del Cieli è solo un primo passo. L’opera dovrà essere completata da una serie offerta, in Italia e nel mondo, di percorsi di riqualificazione professionale per gli ex marittimi. «Solo a quel punto - è la previsione di Satta - chi sceglie di navigare potrà farlo con maggiore serenità, sapendo che un giorno potrà fermarsi e valorizzare a terra l’esperienza acquisita a bordo».

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