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«La Cina? Mi fa più paura Amazon»

Genova - Zeno D’Agostino, presidente di Assoporti. «Entro cinque anni saranno i colossi del web a colonizzare lo shipping»

Genova - È certo di aver costruito una diga più solida di quella dello Yangtze e di poter così imbrigliare l’onda cinese che sulla spinta della Via della Seta, sta arrivando adesso sulle sue coste. Zeno D’Agostino guida il porto di Trieste, il prescelto da Pechino per l’ingresso in Europa, ma è anche nella cabina di regia di Assoporti, l’associazione degli scali italiani, sempre combattuti tra l’euforia di nuovi salvifici investimenti e il terrore di diventare vittime del risiko cinese. «Ho costruito un sistema che è in grado di dire no anche a Pechino, ma il vero pericolo non arriva dall’Asia». Più degli eredi di Mao, D’Agostino teme Alibaba e Amazon. I

n molti nei porti italiani si chiedono se convenga accogliere gli investimenti cinesi. Trieste è al centro dell’interesse...

«Se qualcuno pensa di venire qui a farsi gli affari propri, e non penso soltanto ai cinesi, sappia che deve fare i conti con noi: perché l’Authority ha il pieno controllo dei punti vitali del porto».

Ritiene di aver blindato lo scalo a sufficienza?

«Certo. E con gli strumenti a disposizione. Il sistema logistico portuale è governato dall’Authority, e se Cina, Austria e Ungheria - questi due ultimi Paesi non li nomino a caso - volesse investire da noi, ben venga. Abbiamo preparato un’ottima cornice».

Ma dall’altra parte del tavolo ci sono colossi statali...

«Sono i privati a trattare in prima linea e hanno una concessione rilasciata da un’Authority pubblica. Molti ora cercano di capire se e come gestirli insieme a società cinesi, ma, ripeto, non c’è solo Pechino. Anzi: i cinesi in alcuni casi sono addirittura nelle retrovie rispetto agli altri…non è così chiara e definitiva la situazione».

C’è interesse solo per le banchine?

«Ai cinesi e agli altri potenti armatori che hanno chiesto di investire nelle nostre società che controllano interporti e punti franchi, abbiamo detto chiaramente che quelle realtà sono intoccabili perché per noi devono avere una partecipazione esclusivamente pubblica. I cinesi poi sono statali in Asia, ma qui a casa nostra vanno considerati imprese private».

Appunto: non ha paura di questa ambiguità?

«No, perchè abbiamo anticipato le mosse del mercato. Per questo mi fanno poca paura, e lo dico sinceramente, tutti i processi di aggregazione, quelli tra armatori e tra terminalisti. Però nessuno ha ancora ragionato su un altro aspetto: tra pochissimo, forse addirittura prima di 5 anni, saranno i signori del commercio elettronico a comprarsi il mondo dello shipping».

Le possibilità economiche ci sono tutte...

«È ancora fantascienza, ma non per molto: le navi arriveranno in rada e non scaricheranno più in banchina, ma con i droni la merce arriverà direttamente ai terminal logistici all’interno, saltando i nostri porti. Lo dicono diversi analisti».

Un po’ ardito come futuro.. .

«È fantascienza? Forse, ma noi adesso abbiamo deciso di occuparci di questo. Dovremmo stare molto attenti...»

La forza di Amazon sugli investimenti è notevole...

«Appunto, potrebbe realizzare questo sistema quando vuole…Così come Alibaba.Pensi che Cccc (il colosso delle costruzioni cinese, ndr) e Alibaba hanno vinto una gara ad Amburgo per un nuovo terminal container. Sono interlocutori che scardinano quelli tradizionali con cui siamo abituati a trattare. E quando arriveranno saranno un problema per tutti».

Quando termina il mandato in Assoporti?

«Tra poco. Abbiamo un nuovo ruolo importante in Europa con Espo e ragioneremo quindi su un probabile passaggio di consegne anche prima della mia scadenza di aprile».

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