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Pitto: «Sì alla blockchain, a patto che sia una struttura aperta» / INTERVISTA

Genova - «Bisogna che, oltre agli operatori privati, vengano coinvolti i soggetti pubblici: penso a dogane e Autorità di sistema portuale».

Genova - La blockchain nasce con la moneta virtuale bitcoin per superare l’intermediazione di banche e Stati. Adesso che questa tecnica si sta diffondendo anche nello shipping, pensa che il ruolo di intermediazione degli spedizionieri nella catena dello shipping sia a rischio? «Intanto bisogna dire che la blockchain è diventata quello che era internet qualche anno fa, un argomento che si inserisce dappertutto. Fra un po’ la ritroveremo nella ricetta del pesto», afferma ironicamente Alessandro Pitto, presidente di Spediporto. Che aggiunge: «Parlando seriamente, non la vedo come una minaccia per gli spedizionieri e per chi opera come intermediario, anzi. E’ uno strumento che agevola la condivisione di informazioni fra soggetti diversi».

Che cosa caratterizza la blockchain?

«Si basa su un registro condiviso in cui tutti i partecipanti alla comunicazione vedono chi ha fatto una cosa e quando l’ha fatta. E non è possibile alterare l’informazione. Si tratta di un ambiente in cui aumenta la fiducia fra le parti perché c’è uno strumento che garantisce i soggetti che partecipano. Secondo me un aspetto positivo è che, essendo una tecnologia diffusa in cui ognuno mette la propria parte, non c’è un padrone dell’infrastruttura. Sarebbe importante che questa filosofia venisse conservata».

Che cosa teme?

«Il rischio è che pochi soggetti aprano una struttura proprietaria. Non è auspicabile, bisogna poter lavorare su standard di comunicazione aperti. Il bitcoin nasce come strumento democratico. Se ci dovessimo trovare a lavorare su una blockchain proprietaria non andrebbe bene».

A lei è già capitato di utilizzare la blockchain nel suo lavoro, per una spedizione?

«Non mi è mai capitato. Ci sono tante iniziative in corso, ma in Italia non ho conoscenze di utilizzi pratici di questa tecnica».

Quale sarà il futuro della blockchain nel mondo dello shipping?

«Bisogna che oltre agli operatori privati vengano coinvolti i soggetti pubblici, come dogane, Autorità di sistema portuale, i vari presidi di controllo. Se restano esclusi, il miglioramento per il sistema è limitato».

Perché pensa che non debba esserci un utilizzo proprietario?

«Sarebbe contrario agli obiettivi che si poneva chi ha inventato la blockchain. Basti pensare che verrà utilizzata per inviare informazioni confidenziali e importanti. Devo essere garantiti i piccoli operatori come i grandi».

Che cosa resta da fare nel vostro settore per l’innovazione tecnologica?

«C’è da fare ancora parecchio, niente è scontato. Penso ad esempio all’esperienza di Inttra, società fondata dai principali armatori di linea, come Maersk, Msc, Cma-Cgm, per avere uno standard comune di trasmissione delle polizze di carico. Recentemente è stata ceduta a una società tecnologica, probabilmente non ha avuto il successo che si aspettavano. Il fatto è che in un contesto come quello dello shipping internazionale, che coinvolge milioni di persone, una tecnica ha successo se riesce a collegare tutti. Serve una tecnica con costi contenuti per integrare anche soggetti piccoli e medi. Evidentemente Inttra funzionava per i grandi, meno per i milioni di soggetti più piccoli. Lo vediamo nella vita privata, dove i social media hanno successo perché coinvolgono milioni di utenti».

A proposito di social, li utilizzate anche nell’attività professionale?

«Sì. Uno strumento come What’sapp è più immediato dell’e-mail, che oggi è usata soprattutto per le comunicazioni formali. Con Wa sai subito se il tuo messaggio è stato ricevuto e letto. E anche gli strumenti pensati apposta per i professionisti, come Yammer o Slack, mutuano l’approccio dai social come Facebook».

La blockchain esiste da alcuni anni, ma non ha ancora avuto la diffusione dei social media. Perché?

«E’ un sistema più complesso. Pensi a quello che era Napster, un sistema di condivisione peer-to-peer, ma dove cominciarono a essere scambiati file illegalmente. Allora Apple creò l’Apple Store con iTunes per chi voleva comprare una singola canzone senza avere tutto un disco, ma non voleva essere un pirata. Con la blockchain siamo alla fase Napster. Ma non vogliamo che si arrivi a un sistema chiuso come Apple Store. Dev’essere aperto».

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