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Cosulich: «A Genova gli operatori indipendenti rischiano l’estinzione» / INTERVISTA

Genova - L’appello: «La città deve trovare una leadership, o sarà emarginata. Troppo spazio ai fondi, il porto rischia di finire in mani sbagliate».

Genova - «Viviamo in un’epoca, e la nostra città ne è un grande esempio, in cui tutti parlano in prima persona. Ascolto e leggo tanti “io”, quando in realtà bisognerebbe usare il “noi”. Credo sia questo il principale ostacolo alla crescita».

Eternamente sospeso tra senso dell’ironia e gusto della provocazione, Augusto Cosulich sa benissimo che la sua intervista non piacerà a molti, colleghi “portuali” ma non solo. «Io sono fatto così. Dico sempre quello che penso. Si offende qualcuno se dico che la presenza di Msc a Genova inizia a essere eccessiva? O che non esistono fondi che non siano speculativi? Pazienza. È quello che pensano tutti».

Rappresentante della quinta generazione di una famiglia da sempre legata al mondo del mare, a capo di un gruppo con 950 dipendenti e 900 milioni di fatturato, 16 sedi sparse in giro per il mondo e aziende attive in dieci settori (dall’armamento alle assicurazioni), Cosulich parla senza troppe premesse di una città «senza guida, senza leadership. Fateci caso: a Genova ognuno va per la propria strada. Si sono creati una miriade di piccoli club e circoli che non parlano fra loro. Così non si va da nessuna parte».

Iniziamo da qui, dalla mancanza di leadership. Soluzioni concrete?

«Servirebbe una figura equidistante, senza interessi personali, capace di fare partecipare imprese e categorie al progetto di rinnovamento della città. C’è bisogno di comunicazione, di occasioni di incontro. Perché alla fine noi imprenditori siamo delle “cassette degli attrezzi” che se non vengono usate non servono a nulla. Siamo risorse inutili».

Non la convince nemmeno la guida dell’Authority?

«Signorini mi sembra ben intenzionato. Ha solo bisogno di tempo e di una squadra adeguata».

Il sindaco Bucci ha appena organizzatogli Stati generali dell’economia. Non basta?

«Gli sforzi di Bucci sono apprezzabili, ma siamo ancora lontani dallo sviluppo di qualcosa di concreto».

Colpa dei “piccoli club” genovesi?

«Colpa della ritrosia della città, forse anche della gelosia di qualcuno. Parliamoci chiaro: Genova non ha mai avuto una cultura industriale. Il passaggio dalla società dei servizi a quella dell’industria non può essere facile. Se avessimo un leader, una personalità in grado di imporre questo cambiamento, la cosa sarebbe molto apprezzata. In altre città sta succedendo».

Un esempio?

«Milano, una grande città produttiva, dove la guida è rappresentata da un gruppo coeso di imprenditori».

Genova è una città che litiga tantissimo.

«E qualcuno dovrebbe imporci di smetterla, questo è il punto. Poi non lamentiamoci se arrivano i fondi e mettono da parte le imprese».

Quello dei fondi è un suo cavallo di battaglia.

«I fondi rappresentano la speculazione, che è la cosa più lontana in assoluto dall’impresa. Certo: se cedi la tua attività a un fondo ti ritrovi con un bel mucchio di soldi. Ma i soldi vanno usati per fare impresa, tenerli in tasca non serve a nulla. Il vero pericolo, che evidentemente non tutti vogliono vedere, è che Genova si consegni a pochi soggetti, la maggioranza dei quali senza cultura marittima. Il processo purtroppo è già iniziato con la vendita del Sech».

Una scelta obbligata, quella di Luigi Negri.

«Mi creda: io stimo tantissimo Negri, un imprenditore che per il porto ha fatto cose eccezionali. Ma è proprio per questo che mi ha sorpreso la sua decisione di mollare l’àncora. Come cittadino è una cosa che mi ha dato molto dispiacere. La perdita di cultura imprenditoriale e di operatori indipendenti è un grave pericolo, che la città farebbe bene a non sottovalutare».

Il suo gruppo rappresenta grandi Paesi come Cina, Turchia e Iran. Come è vissuto il porto di Genova dai big dello shipping?

«Ci vedono come italiani, anzitutto, e quindi con grande simpatia. E con grande interesse strategico, come dimostra l’investimento di Cosco a Vado Ligure. Ma attenzione: senza infrastrutture adeguate rischiamo di perdere anche gli investimenti. Oggi spedire un container da Genova a Rotterdam costa 900 euro: come posso vendere questo servizio a un cliente, quando è più conveniente arrivare ad Amburgo via mare? Siamo lenti, e questo limita la nostra competitività».

Lei ha appena partecipato all’incontro bilaterale Italia-Iran. Quali novità ci sono?

«Novità negative, purtroppo. L’Iran adora l’Italia, siamo il loro secondo partner europeo, gli scambi commerciali hanno un potenziale immenso. Ma la Cassa Depositi e Prestiti ha posto il veto a Sace di lavorare con l’Iran. Non a caso al vertice non erano presenti né Sace né il ministro Calenda. Siamo di fronte a un blocco totale, con pochissime banche – fra le quali Mps e la Popolare di Sondrio – che cercano di fare qualcosa. Eppure in Europa non esistono sanzioni contro l’Iran. Siamo succubi del governo americano».

Detto da lei, che proprio anti-americano non è, fa un certo effetto.

«Ci mancherebbe! Ho vissuto 7 anni in America, il mio primogenito è nato lì. Ho uno splendido rapporto con gli Stati Uniti. Ma i motivi di questo blocco non li capisco proprio. Poi penso alla General Electric, che ha una sede a Teheran, e la confusione aumenta».

Iran, Cina, Francia, Germania: la lista dei Paesi che sostengono anche finanziariamente lo shipping è lunga. Ma curiosamente non comprende l’Italia.

«Altroché: qui lo Stato le ha fatte andare a bagno, le compagnie marittime… Del resto siamo ancora alla ricerca di qualcuno che decida di ripristinare il ministero del Mare. Perché il ministro dei Trasporti oggi è una cosa molto diversa».

Non c’è solo la politica. Anche il mondo dell’associazionismo non sta vivendo un momento brillante.

«Al contrario: molte associazioni di categoria non si capisce bene né cosa facciano né perché continuino a sopravvivere. Per non parlare, e qui torniamo al caso Genova, di tutti quegli enti non meglio identificati che non fanno altro che chiedere soldi e sponsorizzazioni alle aziende».

Lei è agente marittimo per conto di sette compagnie. Che futuro vede per questo tipo di attività?

«L’agente marittimo è un lavoro quasi sparito: se noi resistiamo è per fortuna, più che per bravura. Abbiamo diversificato e creato molte attività a supporto dell’agenzia. Ma sul futuro non sono ottimista: mi sembra che la volontà degli armatori sia chiara».

E Genova, che futuro avrà?

«Genova è il suo porto, da qui non si scappa. Ma deve rinnovarsi, cambiare mentalità, favorire lo sviluppo di intelligenze e di imprese, investire sui giovani e sull’università. Solo così potrà tornare a essere una città economicamente solida».

Cosa che oggi non è. Come giudica le nuove leve?

«Sarò schietto: trovare un giovane valido non è facile. Oggi non basta conoscere l’inglese per guadagnarsi un posto di lavoro, usciamo da questo equivoco. Il problema è che il livello di istruzione, a Genova come nel resto del Paese, si è deteriorato. Chi se lo può permettere va a studiare all’estero, anche la media borghesia è esclusa dalla possibilità di arrivare a determinate posizioni. Si è fermato l’ascensore sociale, ed è un fatto molto triste».

Le sue attività spaziano dall’agenzia marittima alla gestione di piattaforme petrolifere. Mai pensato a un investimento nel mondo del calcio?

«Io viaggio disperatamente per trovare lavoro e fare impresa, cerco di acquisire aziende e mantenere, a volte incrementare l’occupazione. Questo è il mio lavoro. Mio nonno diceva di stare alla larga da calcio ed editoria. Ho avuto una breve parentesi al fianco di Aldo Spinelli ai tempi del Genoa, di cui sono tifoso. Un’esperienza che mi ha illuminato su un mondo che è troppo diverso dal nostro. Quindi no, non ho programmi in questo senso».

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