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Sorrentini: «La riforma dei porti? Pesa la nostra serietà» / INTERVISTA

Napoli - Il numero uno degli agenti marittimi napoletani: «Con l’abolizione dei Comitati, la competenza è l’unica via per ricevere ascolto dalle autorità».

Napoli - Aria da bravo ragazzo, disponibile e sorridente, ma estremamente riservato. Il mare è la sua vita, il suo lavoro, ma per rilassarsi sceglie le splendide Dolomiti.

Stefano Sorrentini 56 anni, lavora da sempre nell’industria marittima, figlio d’arte di Mario, agente marittimo e imprenditore di grande carattere e caratura, al suo secondo mandato alla guida degli agenti marittimi partenopei, dove è arrivato in un momento particolarmente difficile, determinato dalla nuova legge sulla portualità che ha cambiato molte cose, anche per questa categoria. Ma Sorrentini è anche un ottimista, pronto ad affrontare tutti i cambiamenti che oggi coinvolgono il settore dello shipping e la sua categoria.

Si definisce «persona con uno spiccato senso del dovere, ma intransigente sui propri diritti». Infatti, dietro i modi garbati nasconde un carattere di ferro.

Molte le difficoltà incontrate, presidente ?
«Ho assunto l’incarico di rappresentare l’associazione dopo 16 anni di attività svolta prima da consigliere, poi da tesoriere, infine da vice presidente. Ero quindi ben consapevole dello scenario complessivo che mi aspettava. C’è tuttavia da rilevare che l’inizio del mandato è coinciso con l’apice di un periodo molto complicato, sia per la nostra categoria che per quella più ampia degli operatori portuali: il quadro economico generale era in peggioramento, la situazione portuale locale non si poteva definire florida, le prospettive a breve termine erano abbastanza incerte. Ma il punto di maggior rilevanza era costituito dall’imminente entrata in vigore della legge di riforma delle Autorità portuali, elemento che ha comportato dei cambiamenti radicali, con effetti diretti nei confronti di tutti gli operatori. Ecco, forse il confronto con la nuova realtà, la consapevolezza di un mutato ruolo della categoria, e soprattutto la presa di coscienza del fenomeno da parte di tutti i nostri associati, è stato l’elemento che ha comportato il maggior impegno».

È riuscito a cambiare qualcosa?
«Devo dire che il lavoro effettuato da chi mi ha preceduto è stato eccellente, e soprattutto svolto in sintonia con l’intero organo direttivo. Ovviamente, ho inteso apportare alcune modifiche dettate dalla mia visione personale dell’attività associativa. Ho creato un consiglio direttivo più allargato in modo da rappresentare tutte le categorie professionali del settore marittimo. Abbiamo percorso la strada della condivisione e dell’indipendenza, e devo rilevare con soddisfazione che l’attività associativa si è svolta finora in un clima di collaborazione e consenso costante. Ho implementato il processo di accrescimento della nostra visibilità, rafforzando la comunicazione esterna e interna dell’associazione per l’aggiornamento e l’informazione sulle nostre attività. Abbiamo creato una porta aperta con il mondo dei media, per approfondire tematiche molto spesso troppo tecniche, contribuendo al processo di avvicinamento tra la risorsa porto e la città. Siamo riusciti, infine - e forse è questo l’elemento di maggior soddisfazione - a essere presenti e confrontarci con autorevolezza in ogni ambito istituzionale».

Il nuovo ruolo del presidente di Assoagenti in seno all’Autorità di sistema portuale in base alla nuova legge, è incisivo o no per la vostra categoria?
«C’è un aspetto preliminare che vorrei sottolineare, e cioè che l’attuazione della riforma costituisce innanzitutto una grande opportunità di sviluppo e miglioramento per l’intero settore. Parallelamente, come già detto, nel quadro del riassetto organizzativo, ci sono stati cambiamenti radicali che hanno prodotto effetti nei confronti di molte categorie, oltre che della nostra: primo fra tutti, il tema della rappresentanza nelle decisioni amministrative portuali. Com’è noto, le categorie portuali continuano a essere rappresentate confluendo all’interno del Tavolo di partenariato, ma a differenza del passato, ora con un ruolo consultivo. Se è vero che dipende dall’impostazione delle singole Adsp considerare o meno gli operatori come parte attiva dei processi decisionali, sta tuttavia alle capacità di questi ultimi indirizzare le modalità di relazione con la governance e incidere sulle decisioni strategiche e operative. Per questo motivo ritengo che il ruolo dei rappresentanti delle categorie sia oggi ancora più determinante che in passato. Anche perché penso che il punto di vista degli operatori sia autorevole e qualificato e rinunciarvi sarebbe un’occasione persa. Non a caso ci si sta avviando in questa direzione, come testimoniano l’impostazione data dai vertici della nostra Adsp e il lavoro fino a questo momento svolto da me e dai miei colleghi del Tavolo di partenariato».
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