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«Standard unico per chi forma i marittimi» / INTERVISTA

Genova - Più che tra incudine e martello, si definisce «tra martello e martello» Manuel Tavilla, 60 anni, sarzanese, ex comandante di gasiere e di armamento, da poco riconfermato presidente dell’Aniformar, associazione italiana formatori marittimi, anche loro nella bufera dei certificati

Genova - Più che tra incudine e martello, si definisce «tra martello e martello» Manuel Tavilla, 60 anni, sarzanese, ex comandante di gasiere e di armamento, da poco riconfermato presidente dell’Aniformar, associazione italiana formatori marittimi, anche loro nella bufera dei certificati.

Cioè la pubblicazione in ritardo - di anni, e con un’interpretazione più stringente - da parte del ministero dei Trasporti della normativa di recepimento degli emendamenti alla convenzione Stcw (Standard di addestramento, abilitazione e tenuta della guardia per i marittimi), la legge internazionale che stabilisce il pacchetto di conoscenze obbligatorie che un marittimo deve avere per navigare.

Qual è ora la situazione?

«I centri di aggiornamento professionale hanno dovuto organizzare i corsi di formazione entro fine 2016, per evitare che i marittimi potessero perdere le certificazioni. Siccome anche altri Paesi hanno avuto problemi analoghi all’Italia, c’è un’indicazione della stessa Organizzazione marittima internazionale che invita le autorità, in sede di ispezioni di Port State Control (Psc) ad applicare controlli rigorosi, ma non inquisitori. Non possiamo ancora quantificare quanti marittimi italiani abbiano ottenuto tutte le certificazioni necessarie, ma non sbagliamo se diciamo che siamo al 75% del totale».

Come hanno lavorato i centri?

«Tanto, anche se purtroppo è emerso un caso prima di dicembre, su Striscia la Notizia, di un centro di Torre del Greco che rilasciava certificati senza che i marittimi iscritti partecipassero ai corsi. Dal servizio non si capisce di chi si tratti, ma se è un nostro associato è chiaro che sarà radiato».

Quanti sono oggi i soggetti in Italia che forniscono l’aggiornamento professionale dei marittimi?

«Molti, il panorama è complesso e penso che il mercato nel lungo periodo determinerà una selezione. Noi siamo l’unica associazione di categoria e raccogliamo 16 realtà. Dal 2014 avevamo intavolato un dialogo con il Comando generale delle Capitanerie di porto, perché sulla base della cosiddetta legge 4/2013 - la norma che regolamenta le professioni non organizzate in albi o collegi - ci proponevamo come soggetto che potesse organizzare e garantire lo standard della formazione a tutti i centri che a loro volta forniscono in Italia l’aggiornamento professionale ai marittimi».

Poi cosa è successo?

«A fine 2015 è uscito il decreto del ministero dei Trasporti che istituisce il corso di formazione per formatore volto a istituti, enti e società del settore. La questione dei certificati ha però bloccato tutto. Ovviamente noi saremmo interessati a poter riprendere il progetto: non abbiamo soci pubblici o scuole di formazione partecipate dal pubblico, abbiamo i requisiti di legge e le certificazioni necessarie, siamo l’unica associazione specifica di settore, siamo in tutta Italia».

Ma per il ora siete tra “martello e martello”...

«Beh, diciamo che purtroppo è un po’ la nostra collocazione naturale... l’aggiornamento professionale è vissuto come un onere, economico e di tempo, sia dagli armatori che dai marittimi. Noi vorremmo riuscire a far cambiare mentalità, proponendo uno standard formativo comune per tutta Italia».

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