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Frulio, il broker per caso che sogna il grande film / L’INTERVISTA

Napoli - «Dovevo fare questo lavoro per due mesi, è diventata la passione di una vita» dice il mediatore torrese alla guida della Unitramp.

Napoli - «È uno dei nostri» dicono di lui a Torre del Greco, dove vive e dove è nato. Lo ripetono con orgoglio perché è rimasto semplice, divertente, sempre pronto alla battuta. Non si dà arie, non si atteggia nonostante abbia nel suo lavoro portato a termine con successo operazioni di grosso calibro come le commesse in Cina per milioni e milioni di dollari per conto di tutti gli armatori torresi dei tempi d’oro dell’industria marittima. Aldo Frulio, mediatore ben quotato nel suo settore che condivide con armatori e noleggiatori le diverse stagioni dello shipping ma senza mai scoraggiarsi neppure quando il barometro segna tempesta.

Dal suo osservatorio come vede il futuro?
«Dopo le sorprese e gli sconvolgimenti causati da quanto è successo nel mondo finanziario dall’agosto 2008 a oggi, mi spiace deluderla ma temo che il nostro osservatorio di broker abbia perso buona parte dei privilegi in tema di previsioni azzeccate. Penso che il futuro dello shipping, se parliamo dell’immediato e di ripresa consistente, richieda ancora tempo, impegno e sacrifici... Speriamo più leggeri degli ultimissimi anni e senza lacrime e sangue, per dirla con Winston Churcill».

Quale settore si salva in questo momento?
«Nell’ordine: Cruise, RoPax/Ferry e RoRo».

Si vede l’uscita dal tunnel?
«Il processo di riparazione dei danni e riequilibrio tra domanda e offerta sta andando avanti ma richiede tempo - dopo la sbornia di ordinativi e l’opulenza del mercato dei noli 2005-prima metà 2008. In questi ultimi anni e ancor più oggi si sta demolendo tantissimo, gli ordini di nuove costruzioni sono quasi fermi, ma c’è ancora sovracapacità di tonnellaggio e persistono grosse difficoltà finanziarie (soprattutto in Europa, dove non ripartono consumi e crescita), per cui (e sarei ben felice di sbagliare) penso che l’uscita dal tunnel richieda tempo, almeno uno o due anni. Alla fine ne usciremo. Speriamo solo che la lezione, severissima, non venga dimenticata alla prima schiarita».

Lei è di Torre del Greco, che aria tira in quella che fino a meno di 10 anni fa era una capitale italiana dello shipping?
«Torre del Greco come capitale dello shipping... mi sembra quanto meno eccessivo. Senz’altro negli anni passati è stata una piazza molto attiva nei carichi secchi, e oggi purtroppo, a causa della lunga e violenta crisi del settore Torre del Greco ha pagato e paga dolorose conseguenze. Quindi l’aria che tira è mesta».
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Nel settore della mediazione marittima come vanno le cose?

«Si tratta di un’attività di servizi professionali all’impresa per cui se quest’ultima vive momenti difficili ed è sotto forte pressione, anche noi broker ne soffriamo. Ma c’è anche da dire che per le società di brokeraggio presenti, specializzate e attive in settori fuori dalla crisi, le cose vanno abbastanza bene».

Ricorda il suo primo affare concluso? E la sua prima delusione? «Per un colpo di fortuna - avevo appena iniziato uno stage come training broker - riuscii, dopo due settimane, a fissare la nave “Anna Capano” di 2.500 tonnellate di portata dell’armatore Raffaele Capano per una serie di viaggi consecutivi con segati di abete da Rijeka per l’Algeria. La mia prima delusione invece è legata alla perdita di un contratto di noleggio per viaggi consecutivi di farina in sacchi da Bari per Alessandria d’Egitto. Il noleggiatore, un famoso molino pugliese dell’epoca, mi aveva scartato tutte le navi che ero riuscito a trovare perché oltre i 20 anni di età; il suo contratto di vendita merce prevedeva il trasporto con navi di età inferiore ai 20 anni. Nonostante l’impegno totale da parte mia non riuscivo a trovarne una che andasse bene. Improvvisamente un giorno il noleggiatore mi chiamò per dirmi di fermarmi, aveva trovato e fissato la nave con un broker concorrente; mi fece il nome della nave fissata ed era una di quelle che conoscevo bene, ma vecchia di 24 anni. Furioso, gli rinfacciai che la nave era ben oltre l’imperativo di 20 anni e lui, con tono paterno, mi rispose che ero giovane: che dovevo imparare a soffrire, e che nella vita anche ciò che si dice con grande fermezza... potrebbe avere validità “temporale”».

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