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I cassoni del Giglio nel mare del Nord per smantellare i pozzi petroliferi

Genova - Sono nati per il recupero della “Concordia”. Ora la ex Titan li userà nel trasporto dei relitti di vecchie piattaforme dismesse

Genova - I serbatoi galleggianti che nell’estate del 2014 accompagnarono la “Costa Concordia” nel suo ultimo viaggio, dal luogo del naufragio fino a Genova, avranno presto una seconda vita. Gli ingegneri di Ardent li stanno preparando al loro nuovo compito di smantellatori di piattaforme petrolifere nel mare del Nord. Ardent è la società americana nata nel 2015 dalla fusione tra Svitzer Salvage (gruppo Maersk) e Titan Salvage (gruppo Crowley). Titan Salvage, insieme all’italiana Micoperi, si era aggiudicata all’indomani della tragedia del Giglio il recupero del relitto della nave da crociera. Insieme al suo socio, aveva progettato e messo alla prova con successo un innovativo sistema che si basava su sei enormi chiatte o cassoni galleggianti. Oggi la principale occupazione di Ardent è smantellare le piattaforme petrolifere e di gas esauste, o non più redditizie.

Lo smantellamento delle piattaforme offshore è un business che in tutto il mondo, e per tutte le aziende e gli Stati coinvolti, vale complessivamente 2,4 miliardi di dollari l’anno, destinati a salire a 13 miliardi annui a partire dal 2040, secondo le previsioni di Ihs Markit, società inglese di ricerca industriale. Ardent è una delle diverse aziende in cerca di nuove idee per conquistare quote di un mercato in rapida crescita e bisognoso di risposte efficaci, e il più possibile economiche: il “decommissioning” è un’attività recente. È solo dal 1998 che un trattato internazionale, la Convenzione per la protezione dell’ambiente marino nel Nordest atlantico, vieta l’abbandono delle piattaforme dismesse.

Da allora i colossi del petrolio sono alla ricerca della soluzione più efficace. Le tecniche finora usate si dividono in tre filoni: tagliare il deck, cioè il ponte della piattaforma con tutte le costruzioni sovrastanti, in piccolissimi e piccoli pezzi, tra i 10 chili e la tonnellata, da trasportare via nave in un porto vicino; tagliare, rimuovere e trasportare, su navi più grandi, sezioni più ingombranti; usare dei mega-catamarani per sollevare in un colpo solo l’intero deck.

La quarta soluzione, da sperimentare, sarà l’uso dei serbatoi galleggianti che erano nati per la “Concordia”. I suoi ideatori promettono che sarà dirompente. Intervistato dall’agenzia Reuters, il direttore della divisione Decommissioning di Ardent, Stuart Martin, ha dichiarato che «abbiamo già i clienti in coda». I serbatoi galleggianti trasporteranno il deck per intero, senza sezionarlo prima. Il vantaggio di questa tecnologia, rispetto alle navi o al catamarano, è la sua possibilità muoversi con più agilità, navigando anche su bassi fondali e quindi avendo la possibilità di raggiungere un numero maggiore di porti.

In attesa di vedere come lavoreranno i cassoni, sinora il metodo di smantellamento più avanzato è quello del maxi-catamarano, adottato per esempio dalla Shell nello storico giacimento del Brent (che è poi quello che dà il nome al greggio di riferimento europeo e alle relative quotazioni finanziarie) al largo delle Isole Shetland. In quest’area, il gruppo anglo-olandese negli anni ha installato quattro piattaforme petrolifere: una di queste, “Brent Delta”, è in fase avanzata di smantellamento, le altre lo saranno di qui a 10 anni per un costo complessivo stimato in qualche miliardo di dollari, in parte a carico dei contribuenti britannici.

Per rimuovere la “Delta”, Shell è ricorsa al “Pioneering Spirit”, un gigantesco catamarano lungo 328 metri, come cinque jumbo jet messi in fila, e munito di quattro braccia idrauliche capaci di sollevare insieme fino a 48 mila tonnellate. Nel 2017 il deck della piattaforma è stato così sollevato e trasportato nel porto di Hartlepool, nel Nord dell’Inghilterra e da lì, a quanto promette Shell, il 97% delle sue 24 mila tonnellate di acciaio sarà destinato al riciclo. Shell aspetta che il governo britannico approvi il suo piano di smantellamento, per le altre tre piattaforme.

Se così sarà, il “Pioneering Spirit” potrebbe tornare all’opera nel 2019 per rimuovere il deck della “Brent Bravo”, gemella della “Delta”. Le tre enormi gambe di cemento della “Delta”, che affondano per oltre 200 metri e pesano complessivamente più di 300 mila tonnellate sono invece ancora in mare: «Aspettiamo che il governo approvi il nostro piano per smantellarle», fanno sapere dagli uffici della multinazionale del petrolio.effetto diversificazione.

E dire che il mare del Nord sembrava una fonte inesauribile di petrolio. Al suo apice nel 1999 produceva 2,9 milioni di barili al giorno, più del Kuwait o dell’Iraq dell’epoca. Da allora però la sua produttività è gradualmente diminuita, e questa discesa è stata accentuata dal successo delle fonti rinnovabili e dalla ricerca di alternative ecologiche al petrolio, come il gas naturale liquefatto.

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