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I trasporti nel mirino degli hacker / IL CASO

Genova - Ogni anno la pirateria informatica costa alle aziende 315 miliardi di euro. Gli esperti: «Nessun livello escluso, nemmeno i sommergibili nucleari».

Genova - Le recenti azioni di pirateria informatica che hanno colpito il mondo dell’industria e in particolare quello dei trasporti (Maersk) aprono il dibattito sulla sicurezza della rete e sui prossimi obiettivi degli hacker, considerati i progetti per consegnare all’intelligenza artificiale la maggior parte del ciclo operativo: terminal container gestiti da remoto, navi-drone, pattuglie di camion con il pilota automatico. Una situazione che non farà che aggravare l’esborso economico per le aziende dei costi derivanti dal cyber-crimine, che oggi si aggirano, secondo le analisi condotte da Grant Thornton Consultants, a 315 miliardi di dollari ogni anno fra truffe, spionaggio, spese di prevenzione e riparazione danni.

Un rischio che non esclude alcun livello se è vero che il British American Security Information Council (Basic), gruppo di esperti e diplomatici che ha come obiettivo lo smantellamento degli armamenti nucleari, ha effettuato uno studio che dimostra come non sia e non sarà possibile proteggersi da questo genere di attacchi, nemmeno nel caso in cui dovrebbe essere presente il massimo livello di protezione, cioè l’ambito dei sommergibili nucleari. Nel dettaglio, il Basic ha preso in considerazione il principale deterrente nucleare della Gran Bretagna, il sistema Trident (dal nome dei missili balistici che ne costituiscono l’arma di punta), enumerando i vari metodi attraverso cui questo potrebbe essere corrotto. Il Trident è costituito da una flotta di quattro sommergibili classe Vanguard: in tempo di pace, solo uno di questi sottomarini pattuglia le coste inglesi, mentre gli altri tre si trovano nella base della Royal Navy sul fiume Clyde, in Scozia.

Ogni sottomarino è armato con 8 missili balistici, che insieme trasportano in media 40 testate nucleari. Il programma Triton è operativo dal ’96 e il principio su cui basa la propria sicurezza informatica è l’isolamento da qualunque rete di telecomunicazione (“air-gap”), salvo onde a bassa frequenza tramite cui può solo ricevere informazioni in entrata. Chi ha visto “Caccia a Ottobre Rosso” sa peraltro che qualunque sottomarino è a rischio se porta a bordo un infiltrato, che potrebbe compromettere con un malware i sistemi informatici di bordo (una versione di Windows Xp customizzata per la Marina) ma non il software dei missili, che naturalmente possono essere attivati meccanicamente solo previo ordine del premier britannico e accordo dei due massimi ufficiali di bordo.

Sulla scia delle polemiche sollevate due anni fa dall’ex marinaio esperto della Marina, William McNeilly, a proposito delle falle nella sicurezza delle basi inglesi, il Basic sottolinea come le insidie maggiori per i sottomarini arrivano da terra: il sabotaggio dei sistemi informatici potrebbe avvenire presso le aziende fornitrici, e nel mirino sono le società che realizzano i sistemi di controllo degli impianti di bordo, a partire da quelli per la gestione del reattore nucleare. Dire - come afferma il governo inglese - che i sottomarini sono perfettamente sicuri non è corretto. Piuttosto, suggeriscono gli esperti del Basic, in uno scenario di guerra asimmetrica come quello attuale diventerà critica per l’industria della difesa la capacità di contrastare lo sviluppo della pirateria informatica.

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