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Allarme metano: le emissioni sono più pericolose di quelle di CO2

Parigi - Da una ricerca condotta da un gruppo di scienziati che ne hanno pubblicato i risultati su Environmental Research Letters, emerge che se dal 2000 al 2006 il gas metano era cresciuta in modo molto graduale, nel decennio successivo la sua concentrazione nell’aria è cresciuta di 10 volte più rapidamente.

Parigi - Allarme metano per il clima: il secondo gas più pericoloso per l’effetto serra dopo l’anidride carbonica è in vertiginoso aumento nell’ultimo decennio. Da una ricerca condotta da un gruppo di scienziati che ne hanno pubblicato i risultati su Environmental Research Letters, emerge che se dal 2000 al 2006 il gas metano era cresciuta in modo molto graduale, nel decennio successivo la sua concentrazione nell’aria è cresciuta di 10 volte più rapidamente. Con un picco particolarmente elevato, di cui ancora non è chiaro il motivo, tra il 2014 e il 2015. «Mantenere il surriscaldamento climatico sotto i due gradi Celsius (l’obiettivo dell’Accordo sul Clima di Parigi; ndr) è già adesso complicato», sottolineano gli scienziati, «questo obiettivo diverrà ancora più difficile se la riduzioni di emissioni di metano non verrà affrontata con forza e rapidamente». Se infatti i livelli di anidride carbonica colpevoli del 70% del surriscaldamento globale sembrano ormai stabilizzati, quelli del metano (CH4), responsabili del 20%, sono in forte ascesa. Gli scienziati avanzano diverse ipotesi per spiegare questo aggravamento della concentrazione di metano, ma l’indiziato maggiore è l’attività agricola, ovvero l’allevamento di bovini e più in generale di ruminanti, insieme alle risaie. Il bestiame rilascia metano attraverso i microrganismi che sono coinvolti nel processo di digestione animale.

Le concentrazioni di metano nell’atmosfera sono cresciute in maniera sempre più rapida dal 2007, con una forte accelerazione nel 2014 e nel 2015: in particolare, sono cresciute solo di circa 5 parti per miliardo all’anno ai primi anni 2000; ma negli ultimi due anni sono aumentate vertiginosamente, di 12,5 parti per miliardo nel 2014 e 9,9 parti per miliardo nel 2015. Finora gli sforzi contro il cambiamento climatico si sono concentrati soprattutto sui picchi di C02; e negli ultimi tre anni le emissioni di anidride carbonica, il più importante dei gas cosiddetti a effetto serra, sono rimaste sostanzialmente piatte (anche se il C02 purtroppo ha continuato ad accumularsi nell’atmosfera). Il che vuol dire che il surriscaldamento climatico che vedremo nei prossimi anni, almeno nel prossimo decennio, sarà effetto anche del metano. Attualmente il metano contribuisce per circa il 20% al surriscaldamento del pianeta. Ed anche se è più “potente” del C02, rimane meno tempo nell’aria, circa 10 anni. È però più difficile da individuare rispetto all’anidride carbonica perché è più diffuso e proviene in gran parte da “fonti” naturali (zone umide, formazioni geologiche). Tuttavia, secondo lo studio, il 60% delle emissioni di metano sono legate ad attività umane: il 36% dall’agricoltura (a cominciare dalle risaie e dalla “fermentazione enterica” che avviene nello stomaco dei ruminanti) e dal trattamento dei rifiuti; e circa il 21% dalle miniere di carbone e dall’estrazione di petrolio e gas (fughe di metano sono sempre possibili tanto nelle operazioni di estrazione che nelle reti di distribuzione).

In termini generali, le concentrazioni atmosferiche di metano sono cresciute da circa 700 parti per miliardo in epoca preindustriale a più di 1.840 parti per miliardo di oggi. «A partire dal 2000, c’è un grande sfruttamento del carbone in Cina e anche lo sfruttamento di gas in Usa va aumentando», osserva Marielle Saunois, dell’università di Versailles Saint Quentin. Non solo: il permafrost, la cappa di ghiaccio alle alte latitudini può liberare metano quando si scioglie; e anche se questo è uno dei grandi timori dei climatologi, «ancora non si nota un aumento anormale di tali concentrazioni», aggiunge uno dei coautori, Philippe Bousquet. Rispetto al forte aumento delle emissioni negli ultimi due anni, gli scienziati non sanno dare alcuna spiegazione. «Può essere di origine naturale», secondo Bousquet, «ma se prosegue per più di 3 o 4 anni sarà necessariamente umano». Anche se non se ne conoscono effettivamente le origini, sono chiare le misure per ridurre o captare questo tipo di emissioni: metanizzatori negli allevamenti, modifiche dei protocolli di irrigazione nelle risaie, attenzione alle fughe. «Si possono ridurre queste emissioni più facilmente, in maniera meno coercitiva, che quelle del C02, aiutando nello stesso tempo l’innovazione e creando posti di lavoro: e non dobbiamo rinunciarvi».

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