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Ravenna protesta contro il decreto anti-trivelle

Ravenna - «Assistiamo con preoccupazione e incredulità alle dichiarazioni di membri di governo ed esponenti politici sull’emendamento presentato al decreto Semplificazione con il quale si intenderebbe fermare per tre anni ogni attività di ricerca e produzione di gas» così Franco Nanni, presidente della Roca.

Ravenna - «Assistiamo con preoccupazione e incredulità alle dichiarazioni di membri di governo ed esponenti politici sull’emendamento presentato al decreto Semplificazione con il quale si intenderebbe fermare per tre anni ogni attività di ricerca e produzione di gas. Appare per noi sorprendente la dichiarazione “le attività upstream non rivestono carattere strategico e di pubblica utilità, urgenza e indifferibilità”»: lo afferma Franco Nanni, presidente della Ravenna Offshore Contractor Association, il maggior cluster imprenditoriale del settore in Italia.

Un settore, spiega Nanni, che nella sola Ravenna occupava negli anni Novanta 10 mila addetti, e che oggi ne occupa 3.000 in 45 differenti aziende: sono le società che si occupano della realizzazione di tutto il sistema estrattivo in mare. «Non siamo i petrolieri, non siamo le multinazionali: dire che domani l’Italia cambierà fonti di approvvigionamento non è corretto, perché servono ancora 20 anni prima di un completo passaggio alle energie rinnovabili. Oggi l’unico vero combustibile alternativo ai derivati del petrolio è il gas, per il quale nel nostro Paese sta crescendo fortemente la richiesta, sia da parte delle industrie, sia per i trasporti su terra e marittimi. Bloccare le licenze di esplorazione, che sono circa un centinaio, significa che l’Italia rimarrà ferma, mentre gli altri Paesi che si affacciano sul Mare Adriatico continueranno le loro esplorazioni, e noi compreremo da loro il gas a un prezzo maggiorato. Così ci rimetteranno i cittadini, il nostro Paese che rinuncia a due punti di prodotto interno lordo, e le nostre imprese, che perdono commesse e occupazione: per fare un esempio, un nostro associato sta finendo la cassa integrazione per i suoi 105 dipendenti. Dopodiché ci sarà il licenziamento».

«Le nostro aziende - specifica Nanni - oggi lavorano quasi esclusivamente all’estero, grazie alle capacità sviluppate in Italia intorno al settore estrattivo negli anni passati. Ma dobbiamo lottare con sistemi chiusi, in cui spesso è molto difficile entrare, come nel Mare del Nord oppure in Danimarca. Questo significa perdere delle opportunità, perché una singola piattaforma offshore è in grado di generare circa 200 mila giornate di lavoro, alle quali possiamo aggiungere una certa quota legata alle attività di smantellamento delle unità più vecchie che insistono su pozzi ormai esauriti».

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