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Il mercato riscopre greggio, gas e carbone

Genova - Per la prima volta dal 2014, gli investimenti globali nelle fonti di energia rinnovabile rallentano e retrocedono di fronte alla rimonta delle fonti fossili. «Continuiamo a credere nel sogno di un’alternativa al carbone, al petrolio e al gas, che in realtà non c’è» commenta Davide Tabarelli, Nomisma Energia

Genova - Per la prima volta dal 2014, gli investimenti globali nelle fonti di energia rinnovabile rallentano e retrocedono di fronte alla rimonta delle fonti fossili. È il segno di un ritrovato benessere e la conferma che siamo in trappola: «Continuiamo a credere nel sogno di un’alternativa al carbone, al petrolio e al gas, che in realtà non c’è», è l’opinione di Davide Tabarelli, presidente della società di consulenza Nomisma Energia.

Anche negli ultimi anni di stagnazione, i fossili hanno continuato a rappresentare l’80% della produzione energetica mondiale. Dal 2014, complice la crisi economica, avevano subìto una battuta d’arresto mentre solare e eolico correvano. L’anno scorso hanno ripreso la loro avanzata e gli investimenti nelle rinnovabili sono scesi, per la prima volta dal ’14, del 7%. Lo certifica l’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) aggiungendo che la discesa potrebbe proseguire nel 2018: «Può costituire una minaccia all’espansione dell’energia pulita necessaria al raggiungimento, nel mondo, degli obiettivi ambientali e di sicurezza energetica» dichiara il direttore esecutivo dell’Iea, Fatih Birol.

La battuta d’arresto degli investimenti nelle rinnovabili è anche secondo l’Iea una conseguenza della svolta cinese che dopo aver trainato il settore solare a colpi di incentivi, ha tagliato quegli stessi incentivi e ridotto il numero di nuovi progetti nell’energia pulita.

In Asia, che rappresenta due terzi della domanda mondiale di carbone, il consumo di questo fossile è tutt’uno con la crescita economica. Negli Stati Uniti, dove dal carbone dipende il 39% della produzione energetica nazionale, le grandi banche che sembravano avergli voltato le spalle sono tornate a corteggiarlo. Un un paio di mesi fa il New York Times riferiva di un’analisi dell’organizzazione ambientalista liberal Rainforest Action Network secondo cui gli investimenti nell’industria carbonifera da parte della banca d’affari Jp Morgan sono passati da 32 milioni di dollari nel 2015 a 652 milioni nel 2017, in gran parte a beneficio del gruppo statunitense del carbone Peabody Energy.

Con le sue politiche a tutela dell’ambiente, l’Unione europea è stata ed è un modello. L’incentivo consiste in un contributo finanziario per ogni chilowattora di energia prodotta. In Italia l’ultimo di questi programmi, chiamati “conti energia”, è datato 2013, ma i suoi effetti si faranno sentire ancora a lungo. Il costo complessivo per le finanze pubbliche d’Europa di qui al 2033 è stimato, ricorda Tabarelli, in 50 miliardi di euro all’anno per tutta l’Europa e 10 all’anno per la sola Italia: «Alla fine al nostro Stato costerà più del doppio della Cassa per il Mezzogiorno» è la sintesi del presidente di Nomisma Energia.

A fronte di questa spesa, i risultati sono pallidi: «Solo il 13% dell’energia elettrica consumata in Italia arriva dalle rinnovabili» ricorda Tabarelli. Se poi consideriamo anche il riscaldamento e il trasporto, le fonti alternative scendono al 6%. Il ritrovato vigore di carbone, petrolio e gas - quest’ultimo passato nel 2017 dal 38% al 42% del mix energetico italiano - sono al tempo stesso una buona notizia, segno che l’economia sta girando, e una condanna: ritorna un po’ di benessere, crescono i consumi di fonti fossili e con loro crescono le emissioni di anidride carbonica.

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