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Dalla finanza alla logistica, i costi nascosti (ma neppure troppo) della Brexit

Londra - L’ultimatum Brexit scatterà tra un mese, il 31 ottobre. Sono ormai trascorsi tre anni dal referendum e da quel momento si sono avvicendati ben tre Primi Ministri.

Londra - L’ultimatum Brexit scatterà tra un mese, il 31 ottobre. Sono ormai trascorsi tre anni dal referendum e da quel momento si sono avvicendati ben tre Primi Ministri e sono state avviate tese e complicate negoziazioni con l’Unione Europea per concordare un’uscita il più possibile indolore. Non si è trattato, tuttavia, solamente di alti movimenti politici. La società civile e, in particolare, il tessuto economico del paese ne stanno pagando il prezzo. Le conseguenze di tutto ciò, già misurabili, sono state il trasferimento di migliaia di posti di lavoro fuori dalla città di Londra, parallelamente ad una fuoriuscita del volume di affari dalla city pari a circa 1.500 miliardi di euro.

Comunque vadano le trattative - e quindi che il Regno Unito lasci l’Unione Europea con quella che viene definita una “no deal Brexit” o che si riesca a raggiungere un accordo dell’ultimo minuto - il settore finanziario londinese ha già risentito degli effetti negativi di questo momento storico. Si possono scorgere segnali di resilienza che dimostrano come Londra abbia cercato di adeguarsi al nuovo status imposto dal referendum cercando di rafforzare la sua leadership finanziaria a livello mondiale e spostando il focus dal mercato europeo a quello trans-continentale. «È chiaro che la Brexit potrebbe colpire i servizi finanziari, che costituiscono l’11% delle tasse del regno Unito – spiega, in un’intervista al South China Morning Post, Catherine McGuinness, presidentessa della commissione “policy and resources” presso la City of London Corporation che controlla il distretto finanziario - Il Regno Unito deve assolutamente prestare attenzione quando tratta il proprio settore finanziario poiché potrebbe rischiare di subire perdite importanti se non agisce con cautela. Certamente perderemo parte del business diretto con l’Unione Europea, soprattutto nel breve periodo, se ci troveremo nelle condizioni dettate da una no deal Brexit». Le grandi banche di investimento globale hanno già riallocato un migliaio di posti di lavoro nel continente e un totale complessivo pari a 7mila unità potrebbe spostarsi nel breve termine, come rende noto la nota società di consulenza EY. Le stesse banche hanno anche annunciato uno spostamento di capitale pari a 1.500 miliardi di euro, sempre verso l’Unione Europea, ma dimostrano lentezza nel realizzarlo.

Anche la società di brokeraggio Tp Icap Plc ha dichiarato il mese scorso che potrebbe portare fuori da Londra circa 60 broker in caso il Regno Unito lasci l’Ue senza un accordo. Ma non solo: anche il gruppo Cme ha spostato il suo business miliardario ad Amsterdam e come lui, altri soggetti stanno effettuando scelte analoghe. Stesso comportamento per le società assicurative: circa 61 miliardi di sterline stanno per essere trasferiti da Londra verso il Lussemburgo, l’Irlanda e altri paesi. L’Admiral Group, per esempio, ha scelto Madrid: un trasferimento che è costato alla società tra i 4 e i 5 milioni di sterline. «La Brexit, ad oggi, seppur non ancora effettiva, ha offuscato l’immagine della nazione e danneggia anche i singoli» scriveva il Financial Times già qualche mese fa. Specialmente in caso di una Brexit “no deal”, ovvero senza il raggiungimento di un accordo formale con l’Unione Europea, le conseguenze, nel breve periodo, potrebbero essere disastrose. Nel Regno Unito potrebbe verificarsi carenza di beni primari quali cibo, farmaci e carburanti. Si parla di “Yellowhammer”, tradotta come “operazione Martello Giallo”. Una martellata frutto di una decisione nata in seno al paese, scaturita da un referendum popolare. Il 31 ottobre è alle porte e dal giorno successivo il paese vivrà in un nuovo equilibrio socio-politico: un momento storico che vedrà chiudersi quarant’anni di legame con l’Unione Europea.

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