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Salvataggio Carige, i piccoli azionisti danno fiducia ai commissari

Genova - Ma sul piano che sarà trasmesso alla Bce aleggia ancora la possibilità che la famiglia Malacalza , come successo lo scorso dicembre in occasione della bocciatura dell’aumento di capitale, decida di esprimersi negativamente.

Genova - «È una decisione destinata a fare la storia dei rapporti fra società quotate e soci minori», dice Silvio De Fecondo, presidente dell’associazione dei piccoli azionisti di Banca Carige. E in questa frase c’è tutta la soddisfazione per la scelta dello Schema volontario (Svi) del Fondo interbancario (Fitd), su proposta dei commissari, di riconoscere alla folta platea di cassettisti uno stock di azioni gratuite per un controvalore di 10 milioni di euro in caso di adesione all’aumento di capitale.


I prossimi passi
L’assemblea di Carige, dopo il piano di rafforzamento di capitale da 900 milioni messo a punto da Fitd, Schema volontario, Cassa Centrale Banca e Sga, sarà convocata a fine settembre con la vitale missione di promuovere o bocciare «quello che speriamo sia l’ultimo salvataggio di una banca», come ha detto nei giorni scorsi al Secolo XIX il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli. «Certo: quei 10 milioni non basteranno a recuperare tutto ciò che abbiamo investito e perso – commenta De Fecondo – ma sono comunque un segnale di attenzione importantissimo nei confronti di chi, in questi anni, ha sostenuto più di chiunque altro la banca. Dei 2 miliardi e duecento milioni immessi nelle casse di Carige attraverso tre diversi aumenti di capitale, più di un miliardo è stato sborsato proprio da noi “piccoli”. Sono stati anni difficili, nel corso dei quali a più riprese abbiamo chiesto ai vertici della banca un riconoscimento formale del nostro ruolo. Oggi, finalmente, grazie alla disponibilità dei commissari, questo ruolo ci è stato riconosciuto. Siamo stati noi, come associazione, a proporre un ristoro in vista dell’aumento di capitale e a vedere accolta la nostra richiesta. E’ la prima volta in Italia che accade una cosa di questo genere: ci auguriamo che possa essere un prezioso precedente nei rapporti fra aziende quotate e soci minori».

Il nodo Malacalza
Al di là della soddisfazione dei piccoli (l’associazione ha 450 iscritti e rappresenta lo 0,7% del capitale «ma è l’unica con la quale i commissari hanno interagito», sottolinea De Fecondo), sul piano di salvataggio che sarà trasmesso alla Bce aleggia ancora la possibilità che la famiglia Malacalza , come successo lo scorso dicembre in occasione della bocciatura dell’aumento di capitale, decida di esprimersi negativamente. Il primo azionista di Carige ha scelto da tempo una legittima strategia del silenzio, e a nulla sono valsi fino ad oggi gli appelli arrivati dal mondo finanziario e da quello istituzionale. «Vittorio Malacalza ha partecipato alla nostra assemblea, a maggio – ricorda De Fecondo – Da allora non abbiamo più avuto modo di conoscere le sue intenzioni. Io mi auguro che faccia una scelta per la salvaguardia della banca e dei suoi dipendenti, come del resto ha sempre dichiarato di voler fare. E spero che renda pubbliche le sue intenzioni prima dell’assemblea, perché i silenzi sono sempre fonte di preoccupazione». Per De Fecondo, «il progetto industriale di Ccb è quello che dà le maggiori garanzie a Carige. Parliamo di un soggetto piccolo, nato da poco, con una sovrapposizione quasi nulla con Carige e con molte caratteristiche simili. Noi e loro, insieme, valiamo duemila sportelli: possiamo diventare un gruppo leader in Italia, possiamo creare sinergie importanti. Anche per questo il nostro auspicio è che Malacalza dia un segnale di apertura. Se non dovesse arrivare? Non voglio neppure pensarci. Sarebbe una responsabilità davvero enorme. Difendere i propri interessi è comprensibile, ma in questo caso il bene primario è il salvataggio della banca e di chi ci lavora. Oltretutto, la situazione politica suggerisce risposte urgenti alla crisi della Cassa».

Il caso Messina
Il piano che sarà inviato a Bce prevede, tra l’altro, la cessione pressoché integrale dei crediti deteriorati (3 miliardi e 100 milioni di valore lordo su un totale di 3 miliardi e mezzo) alla Sga. Di questo pacchetto, secondo quanto risulta al Secolo XIX-The MediTelegraph, fanno parte sia il debito in carico a Genova High Tech (Ght) sia una parte del debito contratto dal gruppo armatoriale Messina. Si tratta di un centinaio di milioni circa su un totale di oltre 500. Una scelta, spiega una fonte, dettata dalla necessità di attendere la pronuncia dell’Antitrust in merito all’ingresso del colosso svizzero Msc nella Messina Spa con una quota del 49%. Una volta ottenuto il via libera del Garante, Carige potrà riacquistare da Sga la “fetta” di credito mancante e procedere con l’intera ristrutturazione. —

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