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Carige, i piccoli azionisti: «Sì al piano Fitd, ma pretendiamo un riconoscimento»

Genova - Dopo l’ultimo aumento di capitale da 560 milioni il mondo retail che sostiene Carige si è dimezzato nel numero, mantenendo un peso rilevante, sia pure polverizzato, nell’azionariato.

Genova - C’è stato un tempo in cui erano 56 mila e rappresentavano la metà del capitale della banca. Negli ultimi anni il peso dei piccoli azionisti in Carige si è progressivamente ridotto sotto il peso di tre aumenti di capitale ravvicinati (i primi 800 milioni nel 2014, altri 850 milioni nel 2015 560 milioni nel 2017), ma molte di queste persone, in parte dipendenti o ex dipendenti della banca, hanno tenuto duro e oggi, nell’operazione di salvataggio che prevede una nuova ricapitalizzazione da 900 milioni, vorrebbero vedersi riconosciuto il sacrificio fatto.

Dopo l’ultimo aumento di capitale da 560 milioni il mondo retail che sostiene Carige si è dimezzato nel numero, mantenendo un peso rilevante, sia pure polverizzato, nell’azionariato: oggi rappresentano circa il 35% del capitale. Sono tanti, ma poco organizzati. L’unica associazione che si interfaccia con gli amministratori della banca è Azione Carige, realtà che conta 400 iscritti (lo 0,7% del capitale) e che anche recentemente è stata ricevuta in sede. Ai commissari il presidente dell’associazione, Silvio De Fecondo, ha chiesto che l’operazione messa in piedi dal Fondo Interbancario e da Cassa Centrale Banca preveda «un meccanismo che tenga conto, e in parte ristori, le perdite patite dalle famiglie che in questi anni non hanno mai fatto mancare il proprio appoggio alla banca». Per De Fecondo l’appoggio dei piccoli azionisti all’operazione dipende da questo riconoscimento. «L’operazione manca ancora di molti dettagli tra cui quello che a noi interessa, ovvero la possibilità di ottenere una qualche forma di ristoro dalla partecipazione al nuovo aumento - spiega -. I commissari si sono detti disponibili, siamo in attesa di una loro proposta e solo dopo decideremo se sostenere l’operazione o no». Fonti vicino al dossier confermano che i commissari stanno valutando «l’introduzione di un meccanismo premiante, capace di incidere sui piccoli azionisti detentori di quote sotto una certa soglia».

Il meccanismo, spiega ancora la fonte, «sarà previsto solo per i piccoli azionisti e non per quelli rilevanti, e produrrà, sui piccoli, effetti positivi in misura inversamente proporzionale alle quote detenute». Nelle ultime ore Azione Carige ha scritto ai commissari per prendere le distanze da lettere anonime che trovano spazio su siti internet. Gruppi di piccoli azionisti muovono critiche all’operazione di salvataggio e puntano il dito contro «l’inefficienza del management che si è avvicendato dopo la gestione Berneschi fino ad arrivare agli attuali vertici trasformati in commissari».

«Abbiamo scritto ai commissari per chiarire che quanto riportato non è da attribuire alla nostra associazione», dice De Fecondo spiegando che l’associazione è «estranea» anche ai siti gestiti da azionisti che dichiarano di preferire «fare crollare il sistema bancario e votare “no” al piano» piuttosto che supportare il progetto «descritto da Maccarone e divulgato dai media». Negli ultimi giorni, intanto, in ambienti finanziari alcune fonti sostengono che il primo azionista Malacalza Investimenti (finora silente sull’operazione in campo) starebbe lavorando a «un piano B» per salvare Carige. «Un piano alternativo a quello del Fondo Interbancario e di Cassa Centrale, che prevede un’aggregazione con un altro gruppo bancario». Interpellato a questo proposito dal Secolo XIX, il primo azionista si limita a rispondere «no comment». —

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