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Carige, quei sei piani industriali presentati in pochi anni / FOCUS

Genova - Negli ultimi quattro anni Carige ha cambiato 4 amministratori delegati e 6 piani industriali, mettendo a segno diversi risultati ma non riuscendo mai a uscire dalla crisi che il secondo giorno del 2019 l’ha portata al commissariamento da parte di Bce.

Genova - Manager diversi e una ricetta comune fatta di rafforzamenti patrimoniali, vendita di asset e cessioni di crediti deteriorati, tagli agli sportelli e al personale. Negli ultimi quattro anni Carige ha cambiato 4 amministratori delegati e 6 piani industriali, mettendo a segno diversi risultati ma non riuscendo mai a uscire dalla crisi che il secondo giorno del 2019 l’ha portata al commissariamento da parte di Bce.

I tempi di Montani
L’era post-Berneschi comincia con Piero Montani, arrivato da Bpm nell’autunno 2013, portato a Genova dall’allora primo azionista Fondazione Carige. Al suo fianco il presidente Cesare Castelbarco Albani. Al 31 dicembre 2013 la banca ha una raccolta pari a 20,6 miliardi e impieghi per 24,2 miliardi. I dipendenti sono circa 6.000, i clienti 2 milioni, gli sportelli 678, i piccoli azionisti 50mila. La banca chiude il bilancio 2013 con una maxi-perdita di 1,76 miliardi. Sul rosso, il più alto della sua storia, pesano la svalutazione per 1,67 miliardi degli avviamenti e rettifiche su crediti per 1,09 miliardi. Il 28 marzo 2014 Montani presenta il suo primo piano industriale: contempla un aumento di capitale da 800 milioni, la vendita delle assicurazioni e 600 esuberi. Il ritorno all’utile è fissato nel 2018, per 200 milioni. Nell’estate 2014 va in scena l’aumento da 800 milioni, sottoscritto pro-quota dai principali azionisti: la Fondazione già scesa dal 46% al 19% (sparirà), i francesi di Bpce che detengono ancora il 9,9% (spariranno). A fine ottobre Carige vende per 310 milioni di euro le compagnie di assicurazione ad Apollo.
Il 1° marzo 2015 i Malacalza decidono di acquistare dalla Fondazione il primo 10,5% di Carige, investendo 66,2 milioni. «Ho incontrato il presidente Castelbarco e l’amministratore delegato Montani prima di chiudere, ho avuto un’ottima impressione», dichiara Vittorio Malacalza al Secolo XIX il giorno dopo. Il 20 marzo 2015 Montani presenta il suo secondo piano industriale: prevede un secondo aumento da 850 milioni per fronteggiare l’ammanco di capitale (814 milioni) riscontrato dalla Bce, la vendita di Creditis e della Cesare Ponti, la cessione di 1-1,5 miliardi di sofferenze entro il 2019. Il ritorno all’utile, sempre di 200 milioni, slitta al 2019. Nel luglio 2015 la ricapitalizzazione da 850 milioni viene interamente sottoscritta e Malacalza Investimenti raggiunge quota 17,58%. A fronte del mutato assetto azionario, il cda guidato dal tandem Castelbarco-Montani (in scadenza nel 2017) va al rinnovo in anticipo e il primo azionista punta su altri cavalli.

Il tandem Bastianini-Tesauro
L’assemblea del marzo 2016 porta alla guida di Carige Guido Bastianini, manager in arrivo da Banca Profilo. Il cda è presieduto da Giuseppe Tesauro: su 15 componenti in cda la lista Malacalza Investimenti ne esprime 10. Il primo piano strategico di Bastianini arriva a giugno 2016: prevede la cessione di 1,8 miliardi di Npl, il potenziamento dell’unità che gestisce i crediti problematici in banca, 90 milioni di investimenti in Ict, il taglio degli sportelli da 606 a 500 e la focalizzazione su Liguria e Toscana settentrionale. Con l’arrivo degli Srep 2017, Bastianini è costretto ad aggiornare il piano: lo fa a fine febbraio e nonostante da Francoforte comincino ad arrivare indicazioni per l’aggregazione, l’aggiornamento del piano non contiene l’opzione. L’ad propone invece un veicolo per gli Npl: una società (gemella di Carige per azionariato) in cui far confluire 2,4 miliardi di sofferenze, da supportare attraverso un aumento di capitale da 450 milioni. La società veicolo non vedrà mai la luce.

L’arrivo di Fiorentino
Malacalza sfiducia Bastianini e il 21 giugno 2017 arriva a Genova Paolo Fiorentino, manager dal passato Unicredit. Tre mesi dopo il suo Trasformation Plan segna una discontinuità gestionale: 1 miliardo di rafforzamento patrimoniale attraverso un aumento di capitale da 560 milioni, più altri 480 milioni da rastrellare attraverso la vendita di Creditis, immobili di pregio, il merchant book e la piattaforma di gestione Npl. Drastica la riduzione delle sofferenze, che si posiziona sotto i target imposti da Francoforte: dai 7,3 miliardi di fine 2016 a 3,1 miliardi attraverso cartolarizzazioni e cessioni di portafogli a terzi. Sull’Ict e sulla Ponti il piano inverte la rotta, prevedendo la cessione delle attività informatiche e la valorizzazione della Ponti. Il tema dell’aggregazione torna sul tavolo - ed è uno dei motivi di tensione con l’azionista.

Innocenzi-Modiano
Uscito vincitore dall’assemblea di settembre scorso, Malacalza gioca la carta Fabio Innocenzi (ex Ubs) e Pietro Modiano. Segue il bond da 320 milioni del Fondo Interbancario, l’aumento da 400 milioni stoppato da Malacalza e il conseguente commissariamento. Intanto a fine 2017 la raccolta era calata a 14 miliardi e gli impieghi erano fermi a 17,2 miliardi. I commissari presenteranno il nuovo piano - basato sull’aggregazione - entro il 26 febbraio.

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