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Carige, da Salvini ok ai soldi pubblici

Roma - Tecnicamente non si parla di salvataggio. Non si può e non si deve, hanno chiesto sia il ministro dell’Economia Giovanni Tria sia il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Perché la banca mantiene l’operatività, sta bene e non versa «nelle condizioni in cui erano Veneto Banca e Popolare di Vicenza»

Roma - Tecnicamente non si parla di salvataggio. Non si può e non si deve, hanno chiesto sia il ministro dell’Economia Giovanni Tria sia il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Perché la banca mantiene l’operatività, sta bene e non versa «nelle condizioni in cui erano Veneto Banca e Popolare di Vicenza» prima dell’acquisizione al prezzo simbolico di un euro da parte di Banca Intesa. Da qui l’iniezione di fiducia obbligata del vicepremier Luigi Di Maio: «Siamo sereni» ha detto il grillino. Ma sotto l’ostentata tranquillità nel governo sul dossier Carige si agita l’eterna contrapposizione tra Lega e M5S. Visioni e strategie diverse che costringono il premier a un sovraccarico di mediazione. Conte ha accolto quasi con un sospiro di sollievo le aperture del patron Vittorio Malacalza, autore di una resistenza alla ricapitalizzazione che ha portato la Banca centrale europea a decidere il commissariamento di Carige nella forma dell’amministrazione controllata. Ma quelle di Malacalza sono dichiarazioni di disponibilità a concedere nuova liquidità fatte a certe condizioni e che non spostano più di tanto il lavoro che sta conducendo il governo.

Da quanto si apprende, la strada che al momento stanno valutando Palazzo Chigi e il Tesoro prevede, senza escludere l’intervento di un’altra banca più grande, la possibilità di un intervento limitato dello Stato a fronte di una ricapitalizzazione anche parziale degli azionisti di Carige. Si parla insistentemente di Monte dei Paschi di Siena, controllata dal Tesoro dopo un salvataggio costato 5 miliardi e molto criticato dai grillini. Potrebbe essere questo il compromesso tra la posizione di Matteo Salvini e quella di Luigi Di Maio. Tra il leader della Lega che dice a Conte di tenersi pronto «perché è impensabile» non intervenire, almeno in parte, con denaro pubblico, e quello del M5S che invece sostiene che «i contribuenti non devono pagare un euro».

Per capire meglio la distanza tra leghisti e grillini bisogna fare un salto breve indietro nel tempo, e andare a due mesi fa. Fine ottobre 2018. Lo spread si è gonfiato a livelli preoccupanti, costantemente sopra i trecento punti di differenziale tra i bond italiani e i bond tedeschi. A pagarne le conseguenze sono i titoli bancari. Si teme una tempesta sugli istituti di credito. Il governo deve prepararsi all’emergenza. Salvini: «Nessuna banca fallirà, c’è un governo pronto a difendere le banche costi quel che costi». Ma Di Maio lo corregge: «Sostenere le banche non significa prendere soldi dagli italiani».

Sono le stesse convinzioni di oggi, di fronte a uno scenario peggiore per Carige. Di Maio sa che il suo M5S preferisce spingere verso una fusione a costo zero, che sia coerente con le battaglie condotte per anni contro i salvataggi promossi dai governi di centrosinistra. In Parlamento se ne sta occupando la presidente della commissione Finanze Carla Ruocco. Ma le banche sono sempre state materia di competenza dei senatori Elio Lannutti e Daniele Pesco, del sottosegretario all’Economia Alessio Villarosa, tutti grillini poco teneri con le passate gestioni delle crisi e certamente non disponibili a replicare ora quanto fatto con le due banche venete, quando Intesa rifiutò gli asset malmessi, e lo Stato scucì 11,2 miliardi tra garanzie e finanziamenti diretti. Secondo il parere di una parte dei parlamentari 5 Stelle a questo punto sarebbe meglio, come alternativa, procedere a una sorta di statalizzazione come avvenne con Mps, operazione che ai tempi trovò comunque l’opposizione grillina. Ma per ora resta solo una suggestione.

Salvini consiglia a Conte di non fare passi troppo precipitosi. Si ragiona su un arco temporale di tre-quattro mesi per trovare una soluzione. Si cercano partner, uno o più banche. Ma per ora non se ne intravedono di certi. Unicredit, data in pole ancora ieri, non trova il gradimento della Lega. È stata evocata anche Intesa, ma l’istituto torinese-lombardo fa sapere che non è per nulla interessato all’operazione. Resta Mps. Ci sarebbe l’ok del Carroccio, in questa formula: si fa la capitalizzazione e poi entra in gioco il Monte, che ha il vantaggio di essere già controllata dal Tesoro, anche se ancora non versa in condizioni ottimali.

Nel frattempo, i primi passi per risolvere la situazione potrebbero passare anche attraverso una conversione del bond sottoscritto dallo Schema Volontario del Fondo interbancario o almeno per una riduzione degli interessi che Carige dovrebbe pagare su questo prestito da 320 milioni. Obiettivo non centrato con l’aumento di 400 milioni bocciato lo scorso 22 dicembre per l’astensione della famiglia Malacalza.

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