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Modello veneto o linea Mps per Carige / IL RETROSCENA

Roma - C’è un paradosso, l’ennesimo, che avvinghia il governo nato anche sulle macerie di diverse crisi bancarie. Che quelli che un tempo sono stati salvataggi ferocemente criticati, potrebbero oggi diventare modelli da seguireecisione, ma viene definito «molto probabile l’intervento dello Stato», a diverse gradazioni di intensità.

Roma - C’è un paradosso, l’ennesimo, che avvinghia il governo nato anche sulle macerie di diverse crisi bancarie. Che quelli che un tempo sono stati salvataggi ferocemente criticati, potrebbero oggi diventare modelli da seguire. Il primo terremoto bancario è una prova per l’esecutivo gialloverde e lo pone di fronte a un bivio. Due strade, una più complicata dell’altra ma entrambe già battute dai governi di centrosinistra. Una porta in Veneto, ai due istituti comprati alla cifra simbolica di un euro da Banca Intesa, l’altra al Monte dei Paschi di Siena. Il comune denominatore è l’intervento dello Stato, la mano pubblica che può dare una spinta o può entrare nel cuore dell’istituto. Come spiegano fonti di governo, su nessuna delle varie ipotesi sul tavolo è stata presa una decisione, ma viene definito «molto probabile l’intervento dello Stato», a diverse gradazioni di intensità.

Di certo, Palazzo Chigi sta lavorando in una precisa direzione, un’operazione che porti Carige all’interno di una banca più grande. Si tratti di una banca di sistema, interessata ad acquisirla come Intesa ha fatto con Veneto Banca e Popolare di Vicenza, ma a condizioni diverse e meno onerose per il bilancio statale. Oppure di Mps, controllata dallo Stato attraverso il Tesoro, entrato nell’azionariato con un salvataggio pubblico che potrebbe replicarsi in Carige ma che al momento è considerata «l’extrema ratio». È quanto si coglie dalle indiscrezioni filtrate dal muro di silenzio fatto erigere da Giuseppe Conte che ha chiesto di gestire in prima persona, assieme al ministro dell’Economia Giovanni Tria, il caso dell’istituto genovese. Il premier ha sentito i vertici sopravvissuti al commissariamento della Banca centrale europea e ha chiamato diverse volte il patron di Carige, Vittorio Malacalza per convincerlo a partecipare all’aumento di capitale di 400 milioni di euro che lui stesso ha mandato all’aria alla vigilia di Natale. Nonostante i tentativi fin qui falliti, Conte ha dato rassicurazioni al presidente della Regione Liguria per una soluzione che sia la più rapida possibile: «La situazione non è facile - ammette - ma siamo fiduciosi».

È certo che le dimissioni del consiglio di amministrazione di Carige fossero già state decise alcuni giorni fa. Preannunciate, spiegano fonti bancarie, nei giorni tra Natale e capodanno alla Bce, a Francoforte, dove i vertici sono volati a fine 2018. Ed è confermato che il 31 dicembre il governo ha incontrato l’amministratore delegato e il presidente di Carige a Palazzo Chigi. Ciò che conta ora però è il futuro della banca. Nella nota pubblicata in serata, Palazzo Chigi fa sapere che «la vigile attenzione del governo ai suoi massimi livelli è la garanzia per proseguire e completare il consolidamento patrimoniale e il rafforzamento imprenditoriale di un’azienda bancaria valutata quale essenziale strumento per realizzare il rilancio dell’intero sistema economico-sociale ligure». È una traccia che sembra portare nella direzione dello schema adottato per la banche venete, ma in versione soft. Vendita dell’istituto e aggregazione: esattamente dove la Bce vuole portare Carige assieme al suo management.

Il governo può fare leva sulla moral suasion verso istituti importanti del Paese perché facciano qualcosa, intervenendo e risolvendo un problema che rischia di diventare sistemico a patto però che i costi non siano troppo salati per lo Stato come avvenuto per le due venete. In quel caso l’impegno pubblico per coprire il fabbisogno di capitale di Intesa e per la garanzia a copertura di perdite future fu alto, calcolato in 11,2 miliardi di euro: 6,4 di garanzia del governo e 4,8 miliardi in finanziamenti diretti all’istituto bancario . Intesa rivelò la parte sana e rifiutò quasi 20 miliardi di sofferenze. Il M5S che si oppose allora difficilmente potrebbe dare il via libera oggi. Diverso il discorso se il prezzo dell’operazione fosse minimo. Davanti all’interesse di un altro gruppo, il governo potrebbe mettersi alla regia del salvataggio, tanto più in un territorio, colpito dalla tragedia del ponte di Genova, dove potrebbe facilmente giustificare le necessità di garantire la continuità economica. L’obiettivo sarebbe rendere appetibile Carige per un partner italiano. Quale? Da fonti governative trapela un solo nome, ma in negativo: «Mai Unicredit».

Mentre si fa strada anche l’opzione del Fondo di tutela dei depositi (Fidt), sembra più complicato da realizzare l’altro modello su cui Chigi lavora: un intervento diretto nel capitale come fatto dal governo di Paolo Gentiloni per Mps, operazione all’epoca criticatissima dai grillini. Resta una soluzione con troppe incognite, in primis le rigide regole europee sulla concorrenza. La Lega sembra più favorevole, mentre i 5 Stelle preferiscono le fusioni e intravedono nell’unione di Mps-Carige la realizzazione del sogno di una banca pubblica degli investimenti.

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