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«La Brexit a marzo potrebbe non esserci» / IL CASO

Londra - Adesso lo ammette anche Liam Fox, ministro del Commercio e soprattutto brexiter della prima ora.

Londra - L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è diventata a tutti gli effetti una corsa a ostacoli. Adesso lo ammette anche Liam Fox, ministro del Commercio e soprattutto brexiter della prima ora. Avvertendo che se il piano May verrà bocciato dal Parlamento di Westminster, a gennaio, c’è un buon 50% di possibilità che il 29 marzo non ci sia nessun divorzio.

Dopo l’intesa raggiunta dalla premier britannica con Bruxelles su conti da pagare, diritti dei cittadini e relazioni future, ci si è arenati all’ultimo miglio. Il voto di ratifica alla Camera dei Comuni, previsto inizialmente l’11 dicembre, è stato rinviato dalla May che aveva fiutato odore di sconfitta. Ma l’insofferenza di una parte del suo partito è intatta, nella convinzione che gli interessi dei britannici non siano tutelati. Soprattutto sul nodo del confine irlandese, che di fatto resterebbe aperto a tempo indeterminato. Minando, secondo i Tory orientati all’hard Brexit, l’unità del Regno. Il momento della verità è aggiornato a metà del mese prossimo. Provando a scommettere, il ministro Fox ha affermato che «c’è una probabilità del 50% che il Regno Unito non lasci l’Ue il 29 marzo se i parlamentari rifiuteranno l’accordo di Theresa May».

Fox ha cercato di serrare le file dei conservatori avvertendo che la bocciatura del piano May «manderebbe in frantumi il legame di fiducia con l’elettorato», «tradendo» la volontà popolare che si era espressa per il “Leave” al referendum. A questo punto, quindi, soltanto un’approvazione dell’intesa Londra-Bruxelles così com’è garantirebbe «al 100%», secondo Fox, il rispetto della tabella di marcia, che prevede l’avvio del periodo transitorio il 29 marzo prossimo.
L’incertezza a Londra, alimentata anche dai laburisti che cavalcano l’onda del dissenso verso la May, sta creando malumori a Bruxelles. Lo ha detto a chiare lettere il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker: «Mettetevi d’accordo e diteci cosa volete, le nostre soluzioni sono sul tavolo da mesi», ha spiegato in un’intervista, giudicando «del tutto irragionevole che parte dei britannici pensi che spetterebbe all’Ue proporre una soluzione a tutti i loro futuri problemi», in particolare a quelli legati al confine tra Dublino e Belfast. Juncker ha anche respinto i «sospetti» che l’Ue voglia tenere dentro i britannici «a qualsiasi prezzo» ed ha insinuato che la «maggioranza dei deputati britannici provi una profonda diffidenza verso l’Ue e la signora May». Come a dire, non cercate alibi all’esterno. Tutti gli scenari, al momento, restano aperti. Sulla carta, la bocciatura del piano May in Parlamento non esclude l’avvio della Brexit il 29 marzo. Ma sarebbe un divorzio con l’Ue senza intese, quindi un salto nel buio.
Oppure, la premier potrebbe tentare di prolungare la trattativa con Bruxelles, sperando di ottenere nuove concessioni e calmare i falchi.

Nel frattempo, a Londra, c’è chi guarda già avanti. Il ministro della Difesa Gavin Williamson ha spiegato che il Regno Unito potrebbe aprire nuove basi militari nei Caraibi e in Estremo Oriente dopo la Brexit, per dare al paese un ruolo da «vero e proprio attore globale». Una sorta di nuova grandeur di vittoriana memoria. Sempre che non si inceppi tutto il mese prossimo a Westminster.

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