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Banca Carige, l’intervista completa a Modiano e Innocenzi

Genova - Una banca sempre più ancorata al territorio, che abbia l’agilità di un «motoscafo» senza avere le dimensioni ingombranti di una «nave». Carige, nei piani del suo presidente Pietro Modiano e del suo a.d. Fabio Innocenzi, dovrà essere questo.

Genova - Una banca sempre più ancorata al territorio, che abbia l’agilità di un «motoscafo» senza avere le dimensioni ingombranti di una «nave». Carige, nei piani del suo presidente Pietro Modiano e del suo a.d. Fabio Innocenzi, dovrà essere questo. E non è casuale che il capo azienda, in questo forum ospitato dal Secolo XIX , scelga una metafora “marinara” per illustrare i propri obiettivi. Come quello di rimborsare interamente il prestito dello Schema Volontario. O quello, altrettanto ambizioso, di portare la banca a un’aggregazione con un soggetto possibilmente «industriale, ovvero una banca» «non presente sul territorio».

A quasi 3 mesi dal vostro insediamento, come sono i rapporti con gli azionisti?

Pietro Modiano: «Impegnativi, ma da entrambe le parti. Ci siamo ritrovati in una situazione inattesa per tre motivi. Il declassamento di Fitch, la situazione del Paese, gli accantonamenti imposti da Bce, cose che hanno spostato l’onere a carico degli azionisti da 200 a 400 milioni».

Gli azionisti sottoscriveranno il bond e l’aumento di capitale?

PM: «Oggi possiamo avere auspici, ma non fare previsioni».

Perché si deve ancora avere fiducia in Carige?

Fabio Innocenzi: «Gran parte dei clienti sono rimasti. Ora la banca è in sicurezza e ci sarà il nuovo piano industriale. Vogliamo essere una banca che dà qualcosa di diverso: vicinanza al cliente e al territorio, conoscenza, velocità ed efficacia».

A proposito di aggregazione: che tipo di operazione dobbiamo aspettarci?

FI: «Quando parliamo di banca del territorio e aggregazione abbiamo una serie punti interrogativi ai quali saremo in grado di rispondere solo nei prossimi mesi. Se l’aggregazione coinvolgerà un soggetto finanziario forte, che non ha radicamento industriale, di sicuro sarà interessato all’operazione per gli aspetti finanziari: penso alla riduzione del costo del funding, o ai benefici fiscali. Se mi permettete il paragone, un soggetto finanziario è interessato ad avere un “motoscafo” che va bene, che si sposta con destrezza e velocità: ci sarebbe, insomma, una totale coincidenza di interessi. Se poi il soggetto fosse bancario, e non presente sul territorio, quest o avrebbe un valore in più, perché potrebbe fare leva su sinergie industriali tipiche come i costi e la tecnologia. Sarebbe diverso se l’aggregazione fosse con una realtà già presente sul territorio».

Possiamo dire che il soggetto industriale non presente sul territorio è la soluzione che preferite?

FI: «Certo, sarebbe perfetto per noi, perché avremmo vantaggi sia finanziari sia industriali. Se poi il soggetto dovesse anche avere modelli interni di valutazione del costo di credito e non avere add on di richieste di capitali ci sarebbe liberazione di capitale enorme, ci troveremmo sovracapitalizzati immediatamente: queste due cose valgono più di 500 milioni di euro».

L’aggregazione andrà a compimento l’anno prossimo?

FI: «Sì, il 2019 è un orizzonte ragionevole».

La difesa del nome è una bandiera?

FI: «Da soli, con un soggetto finanziario o con un soggetto industriale non sovrapposto la difesa del nome è ovvia. In caso di aggregazione con un soggetto industriale sovrapposto sul territorio è più complicato».

PM: «La difesa del nome è importante. È una cosa che ho vissuto con Intesa Sanpaolo, il nome conta tantissimo per i colleghi, è il simbolo che tiene insieme».

Carige ha appena perso la causa contro Apollo e gli ex vertici della banca. Ci sono altre pendenze da chiudere. Quanto costa la conflittualità all’azienda?

PM: «Rispetto alla sentenza di oggi dobbiamo ancora leggere le carte: ne prendiamo atto, ci faremo un’idea. Quanto al costo della conflittualità, è altissimo, a tutti i livelli. Il corpo delle aziende vive di automatismi che si rompono quando la gente si guarda le spalle anziché guardare avanti, quando teme il fuoco amico più che la sfida per lo sviluppo. Noi in Carige abbiamo dato un segno di cambiamento, il primo atto del nostro esordio è stato Innocenzi eletto amministratore delegato all’unanimità dopo un’assemblea complessa: non era scontato. Ma da allora abbiamo votato quasi sempre all’unanimità. È un impegno che mi sono preso: se qualcuno non ha sufficienti informazioni si ferma il consiglio e non ci si astiene, anche la trimestrale è stata votata all’unanimità. L’unanimità in Carige è un valore, perché il nostro è un consiglio in grado di decidere senza conflitti indebiti».

FI: «Non abbiamo quantificato l’ammontare, ma è certo che il costo della conflittualità, al di là degli avvocati e degli amministratori usciti, è quello che avviene intorno, il tempo assorbito dagli organi collegiali e dalle strutture che blocca tutto. E poi titolo va male in Borsa, si creano circoli viziosi...».

PM: «È una questione di costume. Quando ci si abitua alla coesione, il pettegolezzo nelle aziende diventa un peccato sociale, viene sanzionato socialmente. Nelle aziende il pettegolezzo è uno dei nemici principali della performance».

Potete chiarire la questione dei 257 milioni di rettifiche chieste da Bce, dalla cronologia dell’ispezione alla ricognizione decisa dal cda?

PM: «È semplice: il nuovo cda ha il dovere di capire se l’ultima semestrale ha registrato una corretta postazione delle rettifiche. Quando faremo il bilancio annuale dovremo capire se la ripartizione tra i due semestri è stata corretta. È un dovere contabile, che ci chiede Consob. Il cda, tutti d’accordo, ha deciso di fare una ricognizione».

Quando è stata decisa la ricognizione?

PM: «Prima della trimestrale del 12 novembre, anche alla luce dell’operazione con il Fondo Interbancario. È stato un modo per disinnescare tutte le tossine, per far emergere i problemi e trattarli come li tratta un organismo responsabile».

Quando è stata formalizzata la richiesta dei 257 milioni da Bce e quante rettifiche sono state operate nella semestrale approvata dal cda il 3 agosto?

PM: «Le rettifiche della semestrale ammontano a 17 milioni dichiarati e 34 effettivi. Bce ha formalizzato la richiesta il 19 ottobre».

FI: «Le ispezioni erano iniziate ad aprile, sono proseguite a maggio, giugno e luglio, con produzione dei “fogli di lavoro”. Il 3 agosto si è chiusa l’ispezione e si è riunito il cda, l’ammontare dei 257 milioni era noto perché erano disponibili i fogli di lavoro. La semestrale è stata approvata all’unanimità. Durante l’estate le strutture della banca hanno lavorato sulla materia: una parte delle richieste di accantonamento aveva a che fare con i tagli fatti alle valutazioni degli immobili in ottica prudenziale. La banca ha lavorato per costruire modelli di calcolo precisi. Quando il 19 ottobre Bce ha formalizzato la richiesta, abbiamo spiegato il lavoro fatto dalla struttura, Bce lo ha riconosciuto e ha fatto osservazioni, quindi abbiamo fatto i conti definitivi e laddove ritenevamo nostri modelli di calcolo solidi li abbiamo usati, dove non è stato possibile ci siamo allineati a Bce. E da 257 milioni chiesti siamo scesi a circa 200».

L’assemblea del 22 sarà tra le più importanti.

PM: «Non direi importante, è un momento di transizione, sarà formalizzata l’operazione di bridge-to-equity, il prestito prenderà la sua natura di subordinato da convertire. Lo ritengo un passaggio scontato».

FI: «L’operazione mette in sicurezza la banca per tutti i soci, ma si traduce in un aumento capitale molto diluitivo. Il grande socio ha la possibilità di sottoscrivere il bond, che peraltro è molto ben remunerato. Il piccolo socio non può sottoscrivere il bond e si trova davanti alla necessità di mettere nuovi soldi... Dovremo riuscire a spiegare al piccolo azionista perché l’operazione è positiva per la banca, per territorio e per lui stesso. In questo senso l’assemblea è importante».

Perché il rendimento sale dal 13% al 16% in caso di mancato aumento?

FI: «È una richiesta dello Schema Volontario. L’anticipo del capitale tramite subordinato è un favore che viene fatto a Carige».

PM: «È un dissuasore, serve a incoraggiare gli azionisti ad approvare l’aumento».

FI: «Che poi il dissuasore c’era già. Mantenere un bond da 320 milioni al 13% per 10 anni sarebbe già di per sé impossibile, se fossero 400 milioni al 16% diventerebbe impossibile al quadrato».

Cosa farà il Fondo Interbancario quando avrà il 40%-50% di Carige?

FI: «Bisogna chiederlo al presidente del Fondo Interbancario. L’impegno di tutti è fare in modo che l’aumento sia un successo e che lo Schema abbia lo 0% di Carige».

PM: «L’obiettivo nostro è rimborsare tutto il bond con l’aumento e togliere questo problema di governance dai tavoli delle banche italiane. Lo riteniamo possibile».

Come vivete il fatto che i principali azionisti non si esprimano su bond e aumento?

PM: «È questione di pochi giorni, si capirà presto. Non c’è ansia, gli azionisti esistenti possono con serenità decidere e noi con serenità gestiremo le loro decisioni. La banca è in sicurezza comunque».

L’ultima volta che avete parlato con l’azionista Malacalza?

PM: «Ieri pomeriggio, due volte. I rapporti sono cordiali, ottimi».

È complicato fare banca a Genova e in Liguria?

PM: «Le difficoltà di questo territorio sono simili a quelle del Paese, ma qui è crollato un ponte. Però la ricchezza pro capite dei liguri è pari a 250mila euro contro i 190mila del Nord Ovest. Il Pil generato da tale ricchezza è basso, ma questo significa che manca un “pezzo” che ha a che fare con l’intermediazione finanziaria, quella che trasforma il risparmio in Pil. Noi siamo qui per costruire quel “pezzo” mancante. Su questo territorio si può giocare una partita importante, le potenzialità sono grandi. La ricchezza è alta ed è lì, il tema è come trasformare il risparmio finanziario in investimenti. I dati sulla congiuntura della Liguria non sono catastrofici. Il dinamismo c’era, dopo il ponte si è interrotto ma se si fa in fretta a costruire l’opera ci sarà effetto moltiplicativo».

Come nelle ricostruzioni post-belliche?

PM: «Sì, questo territorio può costruire una storia esemplare».

FI: «C’è opportunità di ricostruzione, concordo. E poi ricordo che è più facile fare banca in Svizzera, dove l’età media è alta, che non in Africa. Il cliente ideale per una banca è il 60enne perché è lui che ha i soldi. Qui c’è la ricchezza e ci sono i clienti. Perciò vogliamo fare anche private banking con la Cesare Ponti, questo è il posto giusto per farlo».

Carige pensa di non vendere più il credito al consumo di Creditis a Chenavari?

PM, FI: «Non possiamo commentare, c’è una discussione in corso».

Si profilano nuovi tagli per dipendenti (4.480) e sportelli (440)?

FI: «Faccio un esempio. Abbiamo deciso di tenere aperte tre agenzie che dovevano chiudere: via Galata, XII Ottobre e Castelletto a Genova. Vogliamo investire sulla snellezza e velocità, tagliare costi eliminando prodotti e servizi marginali, senza tagliare costi che generano ricavi. Vogliamo fare un taglio dei costi che anziché ridurre i ricavi li aumenta».

PM: «Le ristrutturazioni di successo sono quelle che aumentano i ricavi».

Nessuna riduzione del perimetro del gruppo?

PM, FI: «Dobbiamo aumentarlo il perimetro, non ridurlo. Le risorse non sono un costo da tagliare ma un investimento per aumentare i ricavi».

FI: «A Genova e dintorni c’è il 50% del nostro business, ma in termini di area manager la città è gestita come la Sicilia. Perciò investiremo su Genova, dividendo la città in tre aree anziché due e offrendo agli area manager la possibilità di seguire più da vicino il territorio».

Con chi collaborate per il piano industriale?

FI: «Abbiamo Boston Consulting Group come consulente industriale, ma vogliamo lavorare anche con Ibm come motore di sviluppo tecnologico per il futuro. A noi interessa la loro intelligenza per rivoluzionare i processi e usare meglio i dati. Stessa cosa con Microsoft. Consentitemi di aggiungere un paio di considerazioni. Carige vuole differenziarsi ed essere più vicina al territorio. Per esempio decorre da oggi, in anticipo di un mese, la moratoria dei mutui per l’area della Valpolcevera di Genova. Poi c’è il caso dei ragazzi del master di Mareba: sono 20 e sono assunti da noi all’inizio nel corso, non alla fine. È un investimento sulle persone».

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