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Montepaschi, lo spread costa al Tesoro italiano quasi 4 miliardi

Milano - Lo spread allenta un po’ la presa ma anche oggi chiude sfiorando quota 300 punti, toccando nella giornata quota 315 e pesando sulle casse delle banche.

Milano - Lo spread allenta un po’ la presa ma anche oggi chiude sfiorando quota 300 punti, toccando nella giornata quota 315 e pesando sulle casse delle banche. Dal 26 settembre, quando i mercati hanno scoperto le previsioni di deficit al 2,4%, l’indice Ftse Italia di settore ha perso il 16%. Fra gli istituti di credito, ce n’è uno più sensibile degli altri agli umori degli investitori nei confronti dell’Italia. Si tratta di Mps, di proprietà del Tesoro al 68,2%. Malgrado lo spread in lieve ribasso abbia fatto crescere sia il listino (+0,86%) sia il comparto banche (+1,3%), nell’ultima seduta di Piazza Affari il titolo senese ha ceduto l’1,82%, con le azioni scese a 1,88 euro: un anno fa, quando tornò agli scambi, valevano 4,55 euro. Facendo i conti (teorici) in tasca al governo, risulta quindi che l’investimento da 5,4 miliardi di euro fatto nel 2017 per salvare Rocca Salimbeni, al momento è costato allo Stato più o meno 3,9 miliardi. Se il tonfo di Montepaschi fa più rumore, quello delle altre banche non è stato più lieve.

Da quel “fatale” 26 settembre, con lo spread a 233 punti, all’ultima seduta di Borsa, con il differenziale fra Btp e Bund a 292 punti, in Piazza Affari tutti i più grandi istituti di credito italiani hanno lasciato sul terreno percentuali a due cifre. Intesa, che ora capitalizza un pò più di 36 miliardi, ne ha persi 6,2 (-14,7%). In proporzione, Unicredit ha fatto lo stesso: ha lasciato in Borsa 4,5 miliardi (-14,3%) degli oltre 31 di allora. Banco Bpm e Ubi hanno subito un ribasso di circa il 20%, con una discesa di milioni di euro per la prima (ora capitalizza 2,83 miliardi) e 870 mila euro la seconda (ora capitalizza 3,5 miliardi). Mps ha fatto peggio, ma non troppo: è calata del 21,5%, perdendo 580 milioni di euro (ora capitalizza 2,15 miliardi). Palazzo Koch segue lo scenario non senza preoccupazione. «Una minore valutazione dei titoli di Stato in portafoglio - ha detto il vicedirettore di Bankitalia, Luigi Federico Signorini - incide sui requisiti patrimoniali delle banche; oltre certi limiti può ridurne la capacità di offrire credito all’economia». Sopra una certa soglia di spread, «qualche banca italiana» potrebbe «trovarsi nella necessità di rivolgersi al mercato». Però, visto che «negli ultimi anni» gli istituti di credito hanno «rafforzato in modo cospicuo la propria posizione, non si pone problema di solidità patrimoniale generale». Non è il caso di «evocare crisi catastrofiche», che sono «molto improbabili». Gli analisti di Fidentiis sono invece ottimisti proprio.
Secondo loro è «praticamente impossibile» raggiungere un livello di spread tale da costringere le banche a ricapitalizzarsi, visto che il differenziale dovrebbe superare di molto i 500 punti base. Secondo Fidentiis, la prima banca a rischio “aumento di capitale” è Carige, ma lo spread dovrebbe andare oltre i 580 punti. Per costringere Ubi a rafforzarsi il limite è 588 punti. Oltre 600 per Mps.

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