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Con il Job Center solo il 3% trova lavoro

Torino - A quante persone dovrebbe trovare lavoro un Centro per l’impiego (Cpi) che funzioni? «Al 10-15% di chi bussa alla sua porta» stima Maurizio Del Conte, presidente dell’Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro che coordina i 552 Cpi d’Italia

Torino - A quante persone dovrebbe trovare lavoro un Centro per l’impiego (Cpi) che funzioni? «Al 10-15% di chi bussa alla sua porta» stima Maurizio Del Conte, presidente dell’Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro che coordina i 552 Cpi d’Italia. E a quante effettivamente lo trova? «A meno del 3%». Spostandosi dai numeri agli esempi il quadro non cambia, peggiora. «Gli uffici non condividono i dati - prosegue -, neanche quando sono vicini di casa come Lecco e Como. Con il risultato che un aspirante infermiere non vede se l’ospedale dell’altra città ha un posto vacante. Arriviamo al paradosso di poter visualizzare sul portale europeo Eures le proposte della Grecia ma non quelle della provincia a fianco». Gli effetti di questo meccanismo sono concreti, calcolati «in un 20-25% di posti di lavoro che rimangono vuoti perché domanda e offerta non si incontrano».

Ma perché i Cpi non funzionano? Scarse risorse (meno dello 0,05% del Pil mentre la media europea è dello 0,21%, dati Eurostat), scarso personale (7.900 addetti, di cui oltre mille precari, contro i 100.000 della Germania), scarse competenze (il 12% ha solo la licenza media), scarsa chiarezza sui ruoli di Regioni e Stato.

Un guazzabuglio che ha origini lontane ma oggi, ancora di più, torna d’attualità. I Centri sono gli eredi dei vecchi uffici di collocamento, cancellati da una legge del 1997 che ne cambiò il nome in Cpi, di competenza regionale. Nell’ambito del Jobs Act, il governo Renzi creò l’Anpal, che avrebbe dovuto esercitare il controllo sui Centri. Ma il referendum costituzionale fu bocciato e la materia è rimasta concorrente tra Stato e Regioni. Con il governo M5S-Lega, i Cpi tornano protagonisti perché saranno loro a prendere in carico i beneficiari del reddito di cittadinanza, qualora ci sarà. Il ministro del Lavoro Luigi Di Maio promette di finanziarli con 2 miliardi.

Basteranno? «Sono utili ma non sufficienti - commenta il presidente Anpal -. Do per scontato che sia un investimento annuale altrimenti non serve». Il primo elemento su cui investire è il personale. «Ad oggi le risorse destinate sono scarse - spiega Silvia Spattini, ricercatrice di Adapt, associazione fondata da Marco Biagi -. Nel 2014 eravamo penultimi in Europa per spesa per i servizi per l’impiego, nel 2015, ma con dati ancora provvisori, sestultimi. Senza contare che, fatto 100 di spesa per politiche del lavoro, in Italia il 2,3% va in servizi per l’impiego, il 23,8% in politiche attive (la metà per incentivi all’assunzione) e ben il 73,9% in politiche passive, ossia indennità di disoccupazione e cassa integrazione». Insomma, il lavoro che non c’è si tampona con i sussidi.

Secondo l’Osservatorio dei consulenti del lavoro, nel 2015 l’Italia ha destinato 750 milioni di euro per i servizi pubblici per l’impiego, mentre la Germania 11 miliardi e la Francia 5,5 miliardi. Confronto impietoso anche per il personale, rispettivamente 7.900 («il 22% dei quali in Sicilia, che però non ha performance migliori» dice Del Conte), 100.000 e 50.000.

Ma è anche questione di competenze. «In molti Cpi sono stati assorbiti dipendenti di altri enti pubblici che non hanno formazione specifica» conferma Del Conte. Come invertire la rotta che vede molti italiani rivolgersi a amici e parenti per trovare lavoro? «Investendo di più - osserva Spattini - e poi, come già proponeva la legge Biagi, lavorando a un sistema integrato di servizi pubblici e privati». I 2 miliardi promessi dal governo come verranno usati? «Un miliardo per gli stipendi, se pensiamo di raddoppiare il personale - spiega Del Conte - e l’altro per corsi di formazione e per modernizzazioni. Oggi il 46% dei Cpi lamenta strumenti non adeguati e l’1,5% lavora addirittura off line».

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