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La Borsa di Milano ha bruciato 51 miliardi in 9 giorni

Milano - In attesa del governo, in nove sedute Piazza Affari ha bruciato 51 miliardi di euro. Sul listino, le tensioni sono iniziate dal 15 maggio, mentre Lega e Movimento Cinque Stelle stavano definendo il contratto sul programma del nuovo esecutivo.

Milano - In attesa del governo, in nove sedute Piazza Affari ha bruciato 51 miliardi di euro. Sul listino, le tensioni sono iniziate dal 15 maggio, mentre Lega e Movimento Cinque Stelle stavano definendo il contratto sul programma del nuovo esecutivo. Quel giorno, lo spread Btp-Bund era a 130 punti. Ieri ha chiuso a 204, dopo aver toccato i 216, come non succedeva dal febbraio 2014, mese del cambio della guardia a Palazzo Chigi tra Enrico Letta e Matteo Renzi. Il rendimento del decennale è salito al 2,44%, mentre le fibrillazioni si sono estese ai titoli a due anni, il cui spread è balzato di 23 punti, segno di crescente nervosismo e incertezza degli investitori anche nel breve termine, come dimostra l’impennata dei cds, le assicurazioni contro il default della Repubblica Italiana.

Per ora il salasso sui conti pubblici è solo potenziale, ma se lo spread non rientrasse, il conto si prospetterebbe salato. Secondo un calcolo spannometrico, per ogni cento punti base di differenziale fra Btp e Bund la spesa per interessi su base annua crescerebbe di circa 10 miliardi: adesso si attesterebbe quindi attorno ai 7 miliardi. Piazza Affari ha chiuso l’ultima seduta della settimana in perdita dell’1,54% a 22.398 punti. Peggio ha fatto solo quella di Madrid (-1,7%), che deve fare i conti con una grave crisi istituzionale: il partito Ciudadanos, che sostiene il governo Rajoy, ha chiesto le elezioni anticipate, dopo che la forza politica del premier, il Partido Popular, è stata condannata per corruzione. Le fibrillazioni politiche in Italia e Spagna hanno messo sotto pressione i rendimenti di tutti i titoli di Stato “periferici”, dalla Grecia al Portogallo, alimentando il timore di un “contagio”. Anche l’euro ha accusato il colpo, scendendo a New York abbondantemente sotto quota 1,17 a 1,1646. Sul listino di Milano, a pagare il prezzo maggiore dell’attesa del governo e della soluzione per il nuovo ministro del Tesoro sono state le banche, affossate dallo spread e dal timore di politiche ostili che possano complicare lo smaltimento degli npl.
Ma anche misure pro-impresa come la flat tax che, riducendo il valore dei crediti per le imposte anticipate (i Deferred Tax Asset), avrebbero un impatto una tantum negativo per gli istituti di credito, che il Sole 24 Ore stima tra i 3,1 e i 5,3 miliardi. In nove sedute l’indice Ftse All Share Banks ha perso il 15,2%, più del doppio del listino. Oggi il comparto ha ceduto il 3,6%: Banco Bpm (-7,3%), Unicredit (-3,9%), Intesa (-3,18%). Mps ha perso il 4,5%. Alle questioni interne si aggiungono quelle internazionali. Gli investitori di Wall Street, come quelli europei e asiatici, seguono con apprensione sia l’evoluzione dei rapporti fra Stati Uniti e Corea del Nord, con l’annullamento del vertice fra Donald Trump e Kim Jong-un, sia il rischio che il presidente americano possa introdurre dazi sull’importazione delle auto. C’è poi la questione petrolio, con l’Opec, la Russia e gli altri Paesi alleati che stanno pensando di ridurre l’entità dei tagli alla produzione di greggio iniziati nel 2017. Tra i motivi, il rialzo delle quotazioni del petrolio e l’incertezza legata alle nuove sanzioni Usa all’Iran.

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