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«Serve più Italia nell’economia cinese» / INTERVISTA

Shanghai - Il console generale Beltrame: «La reciprocità non c’è ancora, ma le opportunità di sviluppo esistono».

Shanghai - I rapporti di forza sono evidentemente diversi, tra Cina e Italia. Per questo anche sui grandi progetti che sembrano garantire opportunità senza rischi come la Via delle Seta, è meglio fare attenzione. «Manca la reciprocità» spiega Stefano Beltrame, console generale a Shanghai da 4 anni. È il punto centrale per capire anche il passaggio epocale che Pechino sta per varare. A novembre ci sarà il “China Import Expo”: tutti i paesi arriveranno a Shanghai per mettere in mostra il meglio dei propri prodotti, pronti a invadere il mercato cinese: «Un’occasione epocale che non dobbiamo mancare».

In Italia siamo convinti che la Silk road porterà una valanga di investimenti nel nostro Paese…

«Ci sono dei “però”, che spesso sono gli stessi cinesi a mettere in risalto: la One Belt One Road deve essere nei due sensi. Noi compriamo, voi vendete. È quello che ci ripetono. Ma serve una reciprocità effettiva».

In che senso?

«Pensi agli investimenti industriali. I cinesi hanno comprato Pirelli, un altro accordo che rappresenta i principali investimenti cinesi in Italia è stato fatto con Ansaldo Energia. Il contrario, cioè italiani che comprano la totalità o parte di aziende in Cina, non è possibile. Per questo dico che bisogna fare attenzione».

Anche sull’apertura al mercato, la Cina potrebbe fare di più…

«Se parliamo di Via della Seta, noi negoziamo con loro anche per comprare in Paesi terzi, come il Pakistan. In questo la nostra esperienza diplomatica è molto utile».

Come state operando?

«Noi vorremmo che le aziende italiane fossero in grado di partecipare anche a gare cinesi. La realizzazione in infrastrutture in particolare, visti i grandi progetti in corso, ma anche opere pubbliche e ospedali».

Vi siete dati una scadenza per ottenere qualche apertura da Pechino?

«Ci stiamo lavorando. Ma dobbiamo discutere seriamente di questi aspetti».

A novembre la Cina lancerà la più grande fiera del mondo dedicata alle importazioni che servono al colosso asiatico per crescere…

«È il nuovo stile di vita cinese, orientato molto di più alla qualità, come ha spiegato il presidente Xi Jinping. Festeggiano con questa esposizione la loro apertura al mercato».

Un po’ limitata…

«Si coglie meglio l’apertura non guardando agli stock, ma ai flussi degli ultimi trent’anni. È un fatto rivoluzionario, anche se questa apertura è molto distante ancora dalla nostra».

Ma una volta ottenuta la reciprocità?

«Qualche analista dice che saranno sempre avvantaggiati i cinesi per le economie di scala».

Oggi l’Italia importa molto di più dalla Cina di quanto non esporti. Lei si è dato l’obiettivo di riportare la bilancia in equilibrio…

«È un obiettivo ambizioso e di lungo periodo. Però deve spronarci a crescere a doppia cifra in alcuni comparti che potrebbero prendere il volo».

Quali ad esempio?

«C’è il mobile che sta andando molto bene, con una crescita del 20%; poi i prodotti industriali tecnologicamente avanzati. E l’agroalimentare che oggi in Cina è carente e che avrebbe grandi prospettive, anche se è necessario conoscere il mercato: un cinese medio pranza bevendo the, non riusciremo mai a fargli bere vino tutti i giorni durante i pasti».

La comunità italiana a Shanghai è numerosa?

«Rispetto a francesi e inglesi, no. Parigi conta 20 mila connazionali, noi arriviamo a 3.500. La Francia ha una concessione da 200 anni, qui sono arrivati per primi. Ma noi abbiamo una comunità di grande qualità».

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