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Il petrolio schizza ai massimi dal 2014 e si avvicina agli 80 dollari

Roma - Il petrolio continua la sua corsa e si porta ai massimi del 2014, con il rischio concreto di arrivare a quota 80 dollari nel 2018.

Roma - Il petrolio continua la sua corsa e si porta ai massimi del 2014, con il rischio concreto di arrivare a quota 80 dollari nel 2018, in una vorticosa escalation che vedrebbe raddoppiato il prezzo su cui il mercato galleggiava appena un anno e mezzo fa. Spinto nelle prime ore della mattinata dal dato sulle scorte Usa registrato ieri dall’American Petroleum Institute, che ha registrato un crollo di 11,2 milioni di barili, il Wti si è issato fino a un massimo di seduta di 63,67 dollari al barile, per poi chiudere a 63,57 dollari. Il resoconto dell’Energy Information Administration di oggi, che calcola il dato sulle scorte secondo differenti criteri, ha certificato un calo di 4,95 milioni di barili, contro le attese di una flessione di 3,75.

La domanda invernale, insomma, tira alla grande e grazie all’accordo Opec-non Opec per un taglio della produzione (che la Russia ha dichiarato di rispettare in pieno, con 300mila barili in meno a dicembre) le compagnie petrolifere lavorano col freno a mano tirato. Una situazione che non può che favorire un aumento dei prezzi ma, con esso, anche un progressivo recupero dello shale oil americano, che notoriamente ha necessità di quotazioni più alte per essere sostenibile da un punto di vista dei costi di estrazione: stando alle previsioni dell’Eia, entro la fine del 2019 la produzione Usa toccherà infatti gli 11 milioni di barili al giorno. Uno scenario che, come ha dichiarato il ministro del Petrolio iraniano Bijan Namdar Zanganeh, certamente non tranquillizza l’Opec, determinato a mantenere il prezzo del Brent (che oggi ha sfiorato i 70 dollari) al di sotto dei 60 proprio in chiave anti-shale. Il Cartello dei “vecchi” Paesi produttori ha comunque molto altro di cui preoccuparsi. La lista dei fattori di rischio che potrebbero imporre una nuova accelerazione dei prezzi fino a quota 80 dollari è lunga: stando al rapporto di Citigroup dal significativo titolo “I jolly per il 2018” non solo pesano le abituali tensioni geopolitiche in Medio Oriente, Africa e Venezuela, ma sul piatto della bilancia va messa soprattutto la variabile Trump. La preoccupazione riguarda in particolare eventuali nuove sanzioni all’Iran che potrebbero essere decise dall’amministrazione Usa e che farebbero venir meno 500mila barili al giorno con un aumento dei prezzi valutato in circa 5 dollari.
Il fattore Trump, secondo gli analisti, ha il suo peso anche in relazione alla Corea del Nord e al rischio «non trascurabile» che l’escalation dello scontro verbale possa portare a un vero e proprio conflitto militare. Un ulteriore rischio è poi rappresentato dalle frizioni commerciali crescenti tra la Casa Bianca e la Cina.

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