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Rebus catalano, l’Europa in attesa della soluzione / EDITORIALE

Gli analisti: «Il perdurare delle tensioni potrebbe minare seriamente l’intero sistema economico».

L’ECONOMIA spagnola ha tirato un sospiro di sollievo martedì 10 ottobre quando il presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont, ha proposto di «sospendere l’indipendenza» per lasciare spazio ai negoziati. Un deciso strappo da parte di Barcellona avrebbe avuto effetti nefasti per tutto il Paese, oltre a lasciare letteralmente in ginocchio la Catalogna. I rischi non sono però finiti e, anche nel caso in cui la Spagna riuscisse ad evitare la secessione della regione più ricca del Paese, con ogni probabilità ci saranno lo stesso importanti contraccolpi economici.

L’incertezza sulle sorti dell’unità nazionale pesa infatti come un macigno su quella che è una della economie più brillanti di tutto il Vecchio Continente. Non bisogna infatti dimenticare che la Spagna è definitivamente uscita dalla crisi già da diversi anni e può vantare tassi di crescita superiori al 3% - per la precisione 3,4% nel 2015 e 3,3% nel 2016. Si tratta di risultati raggiunti grazie a un forte aumento della competitività del sistema Paese, al boom del turismo e all’aiuto di un prezzo del petrolio molto basso. Già prima del weekend del referendum gli economisti avevano previsto un fisiologico rallentamento al 2% del Pil, un valore che ora rischia però di scendere ulteriormente. Secondo Andrea Shaechter, l’economista capomissione del Fondo Monetario Internazionale in Spagna, «le prospettive attuali per il Paese sono positive. Ma nel caso in cui si prolungassero, le tensioni politiche in Catalogna potrebbero minare la fiducia negli investimenti e nei consumi».

Una anticipazione di cosa potrebbe accadere in caso di secessione è arrivata dalla Bolsa di Madrid, dove i titoli bancari in generale e quelli degli istituti catalani in particolare hanno accusato forti perdite, sulla falsariga dei timori che hanno penalizzato il settore bancario londinese all’indomani della Brexit (che non dovrà però fare i conti con una spaccatura del Paese). Analogamente a quanto accaduto a Londra, le principali banche catalane si sono affrettate a predisporre piani di emergenza nel caso in cui gli scenari più sfavorevoli dovessero verificarsi. La Caixabank, la terza banca spagnola, ha per esempio annunciato che traslocherà da Barcellona a Palma di Maiorca in caso di secessione, mentre il Banco Sabadell ha già trovato rifugio ad Alicante nella regione di Valencia. E non è un caso che, dopo l’annuncio, i titoli di entrambe le società abbiano recuperato parte delle perdite subite nei giorni precedenti.
Per entrambe la paura è quella di poter perdere la “patente” europea, la tutela Bce, l’euro e la libertà di commercio, senza contare che la probabile debacle dell’economia della regione toglierebbe risorse, profitti e occupazione. I primi contraccolpi si sono già registrati anche nel settore manifatturiero. All’indomani del referendum la casa automobilistica Seat del gruppo Volkswagen ha fermato uno dei suoi tre stabilimenti produttivi, salvo poi riprendere l’attività, mentre tutte le aziende catalane quotate sulla Borsa di Madrid, con l’eccezione della casa farmaceutica Grifols, hanno annunciato che lasceranno Barcellona. In queste decisioni ha giocato un ruolo fondamentale anche il governo di Mariano Rajoy che ha deciso di semplificare la burocrazia per le aziende che vogliono spostare le proprie sedi e gli impianti.

La Spagna, per parte sua, senza la Catalogna perderebbe in un colpo solo quasi il 20% del suo Pil (204 miliardi di euro su un totale di 1232 miliardi), nonché la regione più avanzate in molti settori (Barcellona è molto forte nel comparto automobilistico e farmaceutico). La comunità autonoma, inoltre, rappresenta circa un quarto dell’export Paese, è la prima regione turistica e da sola attrae un quarto degli investimenti dall’estero di tutta la Spagna, circa 37 miliardi. Secondo gli analisti di Credit Suisse il governo di Rajoy «deve mostrare ora una grande abilità politica perché in caso di fallimento potrebbe andare incontro a problemi anche con altre regioni e, visto che è a capo di un governo di minoranza non è escluso che non si vada a nuove elezioni». Il problema è che il premier spagnolo nella gestione della crisi catalana non ha mostrato quella «grande abilità politica» di cui parla l’istituto svizzero.

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