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«Bail-in giusto, le banche risolvano i problemi» / INTERVISTA

Milano - Prima di essere nominato alla guida dell’Autorità bancaria europea di Londra,Andrea Enria ha passato molti anni nel grattacielo della Bce di Francoforte. Qualche piano sopra il suo ufficio c’era quello di Tommaso Padoa Schioppa, dal quale ha preso l’abitudine poco italiana di restare sulle proprie convinzioni.

Milano - Prima di essere nominato alla guida dell’Autorità bancaria europea di Londra, Andrea Enria ha passato molti anni nel grattacielo della Bce di Francoforte. Qualche piano sopra il suo ufficio c’era quello di Tommaso Padoa Schioppa, dal quale ha preso l’abitudine poco italiana di restare fermo sulle proprie convinzioni. È a Milano su invito dell’Istituto Bruno Leoni per un bilancio degli ultimi stress test. Per lui la Brexit è un problema.

Enria, c’è la possibilità che vi trasferiate a Milano?

«C’è interesse da parte di molte città: Milano, Amsterdam, Madrid, Praga e Budapest. La decisione non spetta a noi, mi auguro solo che venga presa in fretta, perché dopo il voto si è creata molta incertezza per il nostro personale, ed è difficile gestire le assunzioni».

Si fa avanti Budapest: se c’è un vantaggio da condividere l’antieuropeismo svanisce. O no?

«Credo dipenda dai nuovi equilibri: nei Paesi centro-orientali c’è il timore che dopo la Brexit il peso decisionale dentro all’Unione si sposti verso l’area euro».

Gli stress test di fine luglio sono stati accolti come al solito fra i fischi. La preoccupa?

«Con gli stress test, le ricapitalizzazioni e la verifica della qualità degli attivi l’Eba ha contribuito al rafforzamento del sistema. Ciò non significa che il processo sia completo: c’è da risolvere il problema dei crediti deteriorati che pesano sui bilanci di molte banche».

In Italia e Germania c’è una singolare coincidenza di vedute sul vostro lavoro: è opinione comune che imporre requisiti di capitale più alti abbassi la propensione delle banche a fare prestiti. E’ una obiezione vera?

«Purtroppo non esiste ancora un dibattito europeo, e lo si capisce dal fatto che i risultati degli stress test vengono letti con la lente nazionale. Una specie di campionato bancario in cui si guarda la posizione in classifica dei propri campioni: se finiscono in basso, la colpa è dell’arbitro. Se prendiamo la graduatoria delle banche in termini di valutazioni di Borsa e quella degli stress test praticamente coincidono: ciò significa che i nostri giudizi sono quelli dei mercati».

Uno degli elementi che i mercati oggi valutano con più severità è il livello dei crediti deteriorati. Che fare?

«È un problema più diffuso di quanto non si creda. Se nell’Europa a 28 il tasso medio è del 5,5% sul totale dei prestiti, dieci Paesi superano il 12; tra questi c’è l’Italia, al 18. Tre le soluzioni: mantenere alta la pressione da parte delle autorità di vigilanza, accelerare i processi giudiziali, sostenere la crescita di un mercato secondario dei crediti».

Un mercato che in Europa non esiste o quasi. Che fare?

«Sarebbe utile una legislazione europea: in Grecia per comprare un credito deteriorato occorre essere greci e in possesso di una certificazione. Lo dico in generale: di Europa ce ne vorrebbe di più, non di meno. Spesso le si attribuiscono responsabilità per problemi che hanno origine altrove».

Le autorità nazionali non dovrebbero fare di più?

«Occorre alzare anche il livello di trasparenza sui prestiti e sul valore del collaterale: in Danimarca c’è un catasto dei mutui, on line e pubblico, in cui ogni giorno viene prezzato il valore di ciascun prestito».

Una delle ipotesi per ristrutturare le banche europee è quella di un accordo che permetta, se necessario, il ricorso al Fondo salva-Stati. E’ plausibile?

«Nel 2012 proposi di istituire un organismo che affrontasse la ristrutturazione delle banche in maniera unitaria. Si scelse la strada di prestiti agli Stati membri, e si lasciò la gestione delle ristrutturazioni alle autorità nazionali. Non è un caso se nel frattempo non c’è stata nemmeno una fusione paneuropea. Oggi rimediare a quell’errore è difficile, perché la distribuzione del problema è asimmetrica».

Ipotizziamo che il piano di Jp Morgan e Atlante per il Monte dei Paschi non funzioni. E’ ragionevole pensare a un intervento pubblico?

«Non posso commentare casi singoli, ma penso che il problema dei crediti deteriorati vada risolto con rapidità. Se gli aiuti di Stato possono essere parte della soluzione, se ne faccia uso. Le regole europee garantiscono un certo grado di flessibilità. Ma anche soluzioni private possono essere utili».

La soluzione pubblica passa dall’applicazione del bail-in. Applicarlo a una banca delle dimensioni di Mps potrebbe provocare problemi sistemici?

«Mi limito ad alcune osservazioni di ordine generale. La prima: il principio del bail-in è giusto. Spesso dimentichiamo come ci siamo arrivati. Durante la crisi del 2008 alcuni Paesi come l’Irlanda sono andati vicini al default sovrano mentre gli obbligazionisti subordinati continuavano a staccare cedole. Ora c’è un meccanismo a protezione dei contribuenti. Il principio è già stato applicato in Spagna, Slovenia, Grecia, Cipro, Austria e Olanda. Secondo: la distribuzione di strumenti di capitale alla clientela al dettaglio è un ostacolo al bail-in, e il problema deve essere affrontato. Se ci sono state vendite a soggetti che non erano in grado di valutarne il rischio, sono state violate regole in vigore da molto tempo».

Non sarebbe stata utile una normativa transitoria?

«Un problema di transizione esiste. Deve essere gestito in maniera attiva dalle banche, anche con esercizi di ricomposizione delle proprie passività. Se si vuole evitare le conseguenze agli obbligazionisti al dettaglio, le banche possono sempre riacquistare i titoli e collocarne di nuovi presso la clientela istituzionale. Oppure, come si è fatto in Spagna e per le quattro banche italiane in risoluzione, si possono introdurre compensazioni. Ma insisto: il processo che ha portato all’approvazione della direttiva e alla costituzione del Fondo di risoluzione va difeso. Quello è il primo passo verso una maggiore condivisione dei rischi all’interno dell’Unione».

Lei si riferisce alla posizione tedesca, che però vuole rinviare al 2028 il sistema comune di assicurazione sui depositi.

«Le banche hanno il compito di risolvere i problemi nei loro bilanci, la politica quello di spingere per far avanzare l’Unione bancaria».

La sensazione è che nel frattempo l’architettura si disgreghi.

«L’Unione si è evoluta sempre di più attraverso accordi tra governi, e quindi su regole comuni, piuttosto che attraverso istituzioni europee che applichino quelle regole con la dovuta flessibilità. Bisognerebbe dare più responsabilità alle istituzioni, assicurando che le regole siano applicate in modo equo e credibile».

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