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La lunga crisi della siderurgia europea e la tentazione della resa / FOCUS

Roma - La crisi dell’ex Ilva è la parte più mediatizzata della crisi dell’acciaio europeo e italiano.

Roma - La crisi dell’ex Ilva è la parte più mediatizzata della crisi dell’acciaio europeo e italiano. Dalla fine del 2018 le industrie siderurgiche europee sono prese a tenaglia da due fattori: uno è la crisi della Germania vicina alla recessione tecnica e in generale del settore dell’auto, l’altro è l’arrivo in Europa di un surplus di acciaio a costi competitivi per effetto dei dazi Usa contro paesi come Cina, Turchia, India. A questi dazi l’unione europea ha opposto un sistema di «quote libere» a tutela del mantenimento dei flussi tradizionali.

«Il meccanismo - spiega Flavio Bregant, direttore generale di Federacciai - prevede delle quote di importazione esenti da dazi, superata la quota, scatta il dazio del 25%. Come riferimento sono stati presi i volumi di importazioni registrati nel triennio 2015-2017 e maggiorati del 5%». Ma di fronte alla crisi dell’industria manifatturiera europea il sistema delle «quote libere» è risultato un palliativo. Troppo poco per frenare «le massicce importazioni a prezzi stracciati» scandiva qualche giorno il comunicato di Arvedi annunciate un tagli della produzione del 70% a novembre e dicembre nel sito di Cremona. A far paura non è solo l’acciaio cinese, «ma anche e soprattutto quello proveniente dalla Turchia che - spiega Gianclaudio Torlizi direttore generale della società di consulenza T-Commodity - ha potuto avvantaggiarsi e si avvantaggia della pesante svalutazione della lira turca».
A questo quadro si aggiungono le difficoltà legate alle differenti strutture economiche dei veri paesi dell’Unione Europea i quali spesso si trovano con interessi contrastanti fra loro. Nel caso dell’acciaio, la difficoltà a salvaguardare la produzione europea a livello comunitario, deriva anche dal fatto che ci sono paesi come l’Italia, la Germania, la Francia e anche, in parte la Grecia, la Spagna e la Polonia che producono acciaio, e i paesi del Nord Europa che invece sono semplici trasformatori e trader. Paesi come la Norvegia, la Finlandia, l’Olanda, si avvantaggiano dal calo dei prezzi bassi della materia prima e sono di conseguenza contrari ai dazi dalla Cina.

«Il protezionismo è diffuso un pò ovunque nel mondo, l’unico vero mercato libero e l’Unione Europea - osserva Bregant -. Il nostro rischio è che una volta distrutta l’industria siderurgica europea, i paesi produttori extraeuropei, le cui industrie adesso spesso si avvantaggiano di aiuti di Stato, potranno imporre i prezzi che vorranno». Secondo i dati elaborati da Siderweb (il principale portale dell’informazione per la filiera siderurgica in Italia) negli ultimi 12 mesi il calo del prezzo medio dell’acciaio è stato del 23,06%, con un calo negli ultimi 3 mesi è stato del 12,53% ed è stimato a 332,2 euro a tonnellata. Quanto alla produzione italiana, dopo un 2017 e un 2018 a segno più (con una produzione però più altalenante nei prodotti piani) il 2019 è stato tutto a segno meno con un crollo del 26,6% nel mese di agosto (-31,0% nei piani). Secondo gli ultimi dati di Federacciai a settembre si rileva una leggera ripresa congiunturale (+1,1%) sempre però in sensibile calo sul tendenziale (-3,9%).
Di fronte a questo quadro, il taglio draconiano della produzione del siderurgico di Taranto (si parla di una crisi da 5.000 esuberi su 10.700 addetti) ventilato da Arcelor Mittal, sembra determinato non tanto dalle difficoltà createsi sul fonte ambientale a Taranto e politiche a Roma, ma dalla necessità del gruppo guidato dalla famiglia indiana Mittal, di sostenere i prezzi dell’acciaio. Insomma, tutta le querelle (più di forma che di sostanza) legata alla «tutela legale» - posta dai manager della società come condicio sine qua non per proseguire la produzione - sarebbe strumentale alla volontà di trasferire sulle attività italiane i tagli di produzione che Mittal deve fare in Europa per far fronte alla crisi.
Nel maggio scorso Arcelor Mittal, aveva annunciato «tagli temporanei» per 3 milioni di tonnellate annue complessive da spalmare su diversi siti europei. Per Taranto non ci sarebbero stati tagli ma si sarebbe rimandato l’aumento di produzione che - secondo il Piano industriale - doveva raggiungere i 6 milioni di tonnellate nel 2020.

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