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Sertubi, protesta dei lavoratori

Trieste - «Chiediamo solo dignità». I dipendenti della Sertubi di Trieste hanno incontrato stamani davanti allo stabilimento di via Von Bruck nel corso dello sciopero di due ore il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, il vicepresidente del Consiglio Regionale, Francesco Russo, e altri rappresentanti politici

Trieste - «Chiediamo solo dignità». I dipendenti della Sertubi di Trieste hanno incontrato stamani davanti allo stabilimento di via Von Bruck nel corso dello sciopero di due ore il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, il vicepresidente del Consiglio Regionale, Francesco Russo, e altri rappresentanti politici di tutti gli schieramenti: «Viviamo una fase di stallo - hanno spiegato i sindacati Fim Cisl, Rsu e Uilm - perché le due multinazionali Duferco e Jindal non riescono a raggiungere un accordo. Sappiamo solo che a novembre, questo, che è l’unico impianto di produzione di tubi in ghisa in Italia, chiuderà». Circa l’80% della produzione dello stabilimento di Trieste è costituita da grezzo proveniente dall’India che viene rifinito in Italia, dove diventa prodotto finito. Il complesso è di proprietà di Duferco che lo aveva affittato alla Jindal nel 2011.

Le normative europee dello scorso anno hanno cambiato dei codici doganali - spiegano i lavoratori - che in sostanza impediscono di rendere il prodotto “Made in Ue” e dunque lo esclude da bandi e gare di forniture.

Jindal ha comunicato che l’impianto sarà operativo fino al prossimo mese di novembre, poi si procederà alla chiusura. L’azienda indiana non ha escluso di voler comunque mantenere operativo il settore commerciale e per questo avrebbe chiesto a Duferco di poter restare in alcuni uffici e di avere a disposizione un’area di stoccaggio: «Al momento - aggiungono i sindacati - c’è uno stallo nella trattativa tra le due multinazionali e questo si ripercuote anche su di noi. Jindal vuole andare via o mantenere solo il commerciale, Duferco però esige il pagamento di penali, previste per l’eventuale rescissione del contratto prima della scadenza (2021). Il tavolo previsto al ministero dello Sviluppo economico in agosto è saltato anche per questo motivo. In questo stallo non sappiamo quante delle 70 persone - la metà è impiegata nella produzione - perderanno il posto e in che termini, questo ci impedisce di attivare anche gli ammortizzatori». Secondo quanto si è appreso, la Jindal non avrebbe escluso nemmeno l’ipotesi di una dismissione immediata della produzione.

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