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Ilva, valanga di sì al referendum

Genova - Ora il futuro dell’Ilva è appeso alla riuscita del piano di riconversione di ArcerlorMittal, la multinazionale siderurgica indiana con sede legale in Lussemburgo che attraverso la sua controllata Am Investco Italy sarà il nuovo padrone dell’acciaieria italiana

Genova - Ora il futuro dell’Ilva è appeso alla riuscita del piano di riconversione di ArcerlorMittal, la multinazionale siderurgica indiana con sede legale in Lussemburgo che da domani, attraverso la sua controllata Am Investco Italy, sarà il nuovo padrone dell’acciaieria italiana, benché formalmente il contratto d’affitto inizi a partire dal 1 novembre. I lavoratori anno detto “sì” all’accordo firmato da ministro, impresa e sindacati con un numero plebiscitario di voti pari in tutto il gruppo al 93%, 94% nella sola Taranto dove però in poco meno di 4.000 si sono astenuti dal voto.

Oltre a Taranto, tra mercoledì e ieri si è votato a Genova (accordo approvato con il 90,1%), Novi Ligure (89,4%), Racconigi (84%), Milano (86%), Paderno Dugnano (94%), Salerno (93,1%) a Padova (100% tra i 28 dipendenti), Marghera (lo stabilimento più critico, 63%).

Mittal prende il controllo degli impianti con un contratto di affitto, da 180 milioni l’anno, che scadrà il 31 dicembre 2024 e che l’1 gennaio 2025 darà luogo a un contratto di acquisto a patto che, come si legge nelle premesse dell’accordo firmato a Roma una settimana fa, l’azienda abbia nel frattempo realizzato il “piano ambientale” che consiste, in estrema sintesi, nell’investire 2,4 miliardi per ridurre le emissioni. «Tutte le nostre forze sono ora impiegate nel vigilare attentamente affinché il piano ambientale sia rispettato», avverte il ministro allo Sviluppo economico Luigi Di Maio. Il suo predecessore Carlo Calenda si congratula con «sindacati e lavoratori» e tira un sospiro di sollievo: «Finalmente si parte».

L’accordo approvato dai lavoratori garantisce un posto a 10.700 di loro sul totale di 13.500 del gruppo e offre un incentivo, di 100 mila euro a persona, a chi decidesse di lasciare l’azienda entro fine anno, 95 mila se entro aprile 2019, 90 mila se entro agosto e via decrescendo fino a 15 mila per chi raccoglierà la proposta di esodo volontario tra 5 anni, nel luglio 2023.

A Genova, dove i “sì” hanno toccato il 90%, l’attesa è per la riunione in cui le parti dovranno aggiornare l’accordo di programma firmato nel 2005 per lo stabilimento di Cornigliano. Un accordo che tutelava l’occupazione ma che, come si legge nel documento votato dagli operai, dovrà essere aggiornato alla luce «dell’attuale organico» e della «mutata situazione complessiva». Lo stesso accordo appena approvato fissa la data della nuova riunione su Cornigliano, tra ministro, sindacati, azienda ed enti locali, «entro e non oltre il 30 settembre».

I sindacati di categoria Fim-Cisl e Uilm-Uil hanno inviato ieri una lettera a Di Maio, ai commissari straordinari dell’Ilva e ad Am Investco per «richiedere» entro il 30 settembre la riunione prevista. La Fiom-Cgil si è dissociata. «Proprio perché la riunione è prevista e approvata da tutti, non vedo il perché di quel sollecito», dice il segretario genovese della Fiom, Bruno Manganaro. «Il ministro è tenuto a convocarla, altrimenti risponderemo con lo sciopero».

A livello nazionale, il segretario della Fim-Cisl Marco Bentivogli avverte che «saremo davvero soddisfatti solo quando la multinazionale manterrà gli impegni assunti e garantirà ai lavoratori salute, tutela dell’ambiente e occupazione».

Rocco Palombella, segretario della Uilm, dà una lettura più positiva della vicenda: «Sin dall’inizio abbiamo ribadito che non avremmo firmato alcun accordo che prevedesse licenziamenti e il mantenimento dei diritti acquisiti», dice il sindacalista nato e cresciuto a Taranto. «I lavoratori hanno apprezzato il risultato». Lo spettro della chiusura dell’Ilva «è stato finalmente fugato».

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