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Thyssen-Tata nozze tra timori di fondi e sindacati / GRAFICO

Bruxelles - Tata Steel e ThyssenKrupp hanno firmato ieri - tra le perplessità di alcuni investitori e la preoccupazione dei sindacati in Italia - l’accordo sulla fusione dei due gruppi in Europa per creare il secondo produttore di acciaio nel Continente dietro ArcelorMittal

Bruxelles - Tata Steel e ThyssenKrupp hanno firmato ieri - tra le perplessità di alcuni investitori e la preoccupazione dei sindacati in Italia - l’accordo sulla fusione dei due gruppi in Europa per creare il secondo produttore di acciaio nel Continente dietro ArcelorMittal che intanto, nel quadro delle cessioni chieste dall’Ue per poter acquisire l’Ilva, ha individuato 4 stabilimenti italiani di un’azienda partecipata.

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I DUBBI SU TATA-THYSSEN

La nuova società paritetica tra tedeschi e indiani, nata a Bruxelles e con futura sede ad Amsterdam, sarà operativa dal 2019 e si chiamerà Thyssenkrupp Tata Steel. Prevede sinergie complessive per cinque miliardi, vendite per 18 miliardi, 48 mila dipendenti in 34 siti diversi e pure 4.000 esuberi. Guido Kerkhoff, direttore finanziario del gruppo tedesco, dice «che questo processo non avrà alcun impatto sulla controllata Acciai Speciali Terni». Rassicurazioni che non bastano ai sindacati italiani, che hanno chiesto la riattivazione del tavolo governativo per lo stabilimento umbro (2.300 persone): «In tempi non sospetti - dicono Fim, Fiom, Uilm, Fismic e Ugl - Thyssen dichiarò di voler uscire dalla produzione di acciai speciali». L’operazione Thyssen-Tata ha sollevato la critica di alcuni dei maggiori investitori del gruppo tedesco. Il fondo svedese Cevian, che controlla il 18% di Thyssenkrupp, avrebbe espresso dubbi sul valore dell’operazione; una critica simile arriva anche dal fondo attivista statunitense Elliott (quota inferiore al 3%), secondo cui la valutazione degli asset del gruppo è troppo bassa.


CLN NEL MIRINO DI ARCELORMITTAL

Parlando al congresso Eurometal di Barcellona, l’amministratore delegato di ArcelorMittal Cln Distribuzione (oltre 600 dipendenti alle porte di Torino) ha reso noto che la Commissione europea ha chiesto - nel quadro delle cessioni di Arcelor richieste dall’Antitrust per l’acquisto dell’Ilva - la possibilità di vendita di quattro dei 13 centri di distribuzione controllati dalla società, partecipata dal gruppo lussemburghese e dall’azienda di componentistica per auto Cln. Viganò tuttavia non ha reso noto quali stabilimenti siano interessati, indicando genericamente due possibili compratori.

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