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Ilva, lo stallo politico rallenta la produzione negli impianti / RETROSCENA

Genova - Pochi coils da Taranto: Cornigliano (Genova) e Novi Ligure a ritmo ridotto.

Genova - Il siderurgico italiano si spegne lentamente come un malato per il quale la cura esiste ma non viene somministrata, in attesa che il nuovo governo decida come affrontare il dossier Ilva.

Gli stabilimenti di Cornigliano e Novi Ligure producono a ritmo ridotto «perché l’arrivo dei coils da Taranto procede a rilento, finiture e magazzini sono in esaurimento scorte». Fonti sindacali e interne all’azienda ammettono il problema malvolentieri, «perché se lo stabilimento di Taranto è in affanno non è certo per colpa degli operai e dei dirigenti che lo guidano».

In Ilva mancano i soldi per comprare le materie prime, per fare le manutenzioni, per pagare i fornitori. E a breve mancheranno anche per pagare gli stipendi dei 14mila dipendenti, se il dossier non uscirà dallo stallo politico in cui è finito. Luigi Di Maio, neo ministro per lo Sviluppo economico, per smarcarsi dagli interventi di Beppe Grillo e Lorenzo Fioramonti inneggianti la chiusura ha detto che su Ilva deciderà lui dopo aver ascoltato tutte le parti. Sinora «nessuna convocazione è arrivata», ripetono sindacati, enti locali, l’acquirente ArcelorMittal. Si attende.

Attualmente Ilva produce circa 12.500 tonnellate di acciaio al giorno e questo significa che se il ritmo resta invariato il 2018 si chiuderà intorno ai 4,5 milioni di tonnellate: 300mila in meno rispetto ai 4,8 milioni prodotti nel 2017 e 1,3 milioni in meno rispetto ai 5,8 milioni sfornati nel 2016. «In azienda c’è una clima di attesa surreale. - confidano alcuni dirigenti - I lavoratori sono spaventati, sconfortati, confusi. Così non si può andare avanti, ogni giorno che passa è un giorno perso».

«Abbiamo difficoltà ma gli impianti continuano a marciare, confidiamo che la vendita proceda, l’Italia non può certo rinunciare a produrre acciaio»: chi lavora da trent’anni nel primo gruppo siderurgico del Paese nemmeno prende in considerazione l’idea che il governo possa decidere di spegnere Ilva.

Commissariato da 6 anni, il gruppo vanta impianti che a valle della ristrutturazione ambientale saranno in grado di produrre 8,5 milioni di tonnellate: questo prevede il piano industriale dell’acquirente Am Investco, cordata guidata da ArcelorMittal, multinazionale dell’acciaio.

Nel corso degli anni i diversi governi che si sono succeduti hanno sostenuto l’azienda con 800 milioni. Ilva perde 30 milioni al mese, in cassa sono rimasti 60 milioni: arduo ipotizzare nuove iniezioni di soldi pubblici. Mittal non sembra intenzionata a mollare la presa, a dispetto di chi dice che l’acciaio italiano non ha futuro. Si dice che l’aggiudicatario intenda entrare il 1° luglio con l’affitto degli asset, ma anche se decidesse di farlo senza accordo sindacale (ed è improbabile), servirebbe comunque la firma dei commissari, cioè del governo.

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